Elezioni, cresce il voto "in nome di Allah": il caso che interroga l'Italia

Elezioni, cresce il voto "in nome di Allah": il caso che interroga l'Italia

In diverse città italiane, dalle amministrative alle prospettive delle politiche, emergono segnali che stanno facendo discutere: candidati che chiedono voti “in nome di Allah”, manifesti in arabo, campagne rivolte esplicitamente a comunità religiose. Non si tratta di episodi isolati. È una dinamica sempre più visibile. E la domanda diventa inevitabile: cosa sta cambiando davvero nel nostro Paese?

UNA PRESENZA CHE SI STA RADICANDO

I fatti sono concreti e distribuiti su tutto il territorio.

A Venezia, nelle elezioni comunali, sono stati candidati sette esponenti della comunità bengalese, con manifesti in lingua bengalese e inviti a votare il Partito Democratico “in nome di Allah”. Tra questi, Begum Sumiya e Rita Miah, su cui sono stati sollevati anche interrogativi riguardo alla trasparenza di alcune attività.

Ad Agrigento, una candidata italiana convertita all’islam ha diffuso manifesti bilingue italiano-arabo con lo slogan: «Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano ma sempre lo stesso unico creatore».

A Lecco, circa dieci candidati musulmani risultano presenti nelle liste locali, alcuni legati a centri culturali islamici già al centro del dibattito cittadino.

Ma il caso che ha fatto più discutere è quello di Vigevano: due candidati inseriti nella lista della Lega hanno promosso la loro campagna con volantini che chiedono il voto «in nome di Allah, il Misericordioso», come riportato dal Corriere della Sera.

NON EPISODI, MA UNA DIREZIONE

Questi segnali, presi singolarmente, potrebbero sembrare casi locali.

Ma messi insieme delineano una traiettoria.

Secondo quanto riportato da Il Giornale, esiste già una prospettiva più ampia: l’ipotesi di arrivare, entro il 2027, a circa 20.000 candidati musulmani distribuiti nei comuni italiani. Un numero che, se confermato, rappresenterebbe una presenza organizzata e capillare nelle istituzioni locali.

Il fenomeno viene spesso presentato come integrazione. Ma la modalità con cui si esprime — campagne in lingua straniera, richiami religiosi espliciti, mobilitazione di comunità — solleva una questione più profonda.

Non si tratta solo di partecipazione politica.

Si tratta del modo in cui questa partecipazione prende forma.

QUANDO LA POLITICA DIVENTA APPARTENENZA

Il caso di Vigevano ha portato alla luce un nodo culturale decisivo.

Come ha osservato Luca Sforzini: «Qui non discutiamo la fede privata di nessuno. La libertà religiosa è sacra. Ma proprio perché è sacra deve restare distinta dalla rappresentanza politica».

E ancora: «Se un candidato chiede voti in nome di Allah, non sta parlando a cittadini: sta mobilitando un’appartenenza religiosa».

Il punto è tutto qui.

Quando il voto si organizza su base religiosa o comunitaria, cambia la natura stessa della rappresentanza. Non si parla più a cittadini uniti da valori condivisi, ma a gruppi distinti, portatori di identità proprie.

Per un Paese come l’Italia, la cui storia, cultura e visione dell’uomo sono profondamente segnate dal cristianesimo, questo passaggio non è neutrale.

È un cambiamento strutturale.

LE REAZIONI CHE RIVELANO LA TENSIONE

Le reazioni politiche mostrano chiaramente la portata del problema.

Matteo Salvini ha dichiarato: «Ben vengano gli stranieri inseriti e integrati, non i fanatici».

E Andrea Monti ha ribadito: «Il requisito fondamentale è il rispetto dei valori del nostro ordinamento, delle leggi e delle nostre tradizioni e cultura. Per noi queste sono condizioni non negoziabili».

Parole che indicano un principio preciso: l’integrazione non può ridursi a una presenza numerica.

Deve implicare un riconoscimento reale della cultura e dell’identità del Paese che accoglie.

UN PASSAGGIO CHE RIGUARDA TUTTI

Se questa dinamica dovesse consolidarsi, le conseguenze potrebbero essere profonde.

Una politica costruita su appartenenze religiose rischia di frammentare la società. Non più cittadini, ma blocchi. Non più bene comune, ma interessi di gruppo.

E soprattutto si apre una questione decisiva: cosa accade quando il riferimento culturale che ha costruito l’Italia — quello cristiano — viene progressivamente messo ai margini o relativizzato?

Una società può davvero restare unita senza un fondamento condiviso?

UNA DOMANDA CHE NON POSSIAMO EVITARE

Quello che sta emergendo non è solo un fatto politico.

È un segnale culturale.

E allora la domanda resta aperta: siamo ancora consapevoli di ciò che tiene insieme la nostra società… oppure stiamo lentamente accettando di sostituirlo con qualcosa di completamente diverso?

 

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