Social come il tabacco? La svolta che ora arriva anche in Italia

Social come il tabacco? La svolta che ora arriva anche in Italia

Le piattaforme social sono state paragonate al tabacco nei tribunali americani e condannate per danni psicologici ai minori, mentre in Italia il governo prepara una stretta per vietarne l’accesso agli under 15. Secondo quanto riportato dai media, le sanzioni negli Stati Uniti hanno già raggiunto centinaia di milioni di dollari, aprendo un fronte globale che ora coinvolge anche l’Europa e il nostro Paese.

CONDANNE E SVOLTA NEI TRIBUNALI

Negli Stati Uniti, alcune sentenze recenti hanno segnato un punto di svolta: le grandi aziende tecnologiche sono state ritenute responsabili dei danni psicologici causati ai giovani. Meta e Google sono state condannate a risarcimenti milionari, con accuse fondate su un elemento decisivo: aver progettato strumenti capaci di creare dipendenza pur conoscendone gli effetti nocivi.

Il parallelo con l’industria del tabacco non è casuale. I giudici hanno iniziato a considerare i social come prodotti che generano dipendenza, esattamente come le sigarette. E questo ha fatto cadere uno scudo giuridico fondamentale: la protezione garantita per anni dalla Sezione 230 del Communication Decency Act, che esonerava le piattaforme dalla responsabilità sui contenuti.

Ora il rischio per le big tech è concreto: una valanga di cause già avviate potrebbe portare a migliaia di nuove condanne, costringendo queste aziende a cambiare radicalmente il proprio modello di business.

UN MODELLO BASATO SULLA DIPENDENZA

Dai documenti emersi nei processi risulta che l’“engagement”, cioè la capacità di trattenere l’utente il più a lungo possibile, è il cuore del sistema economico dei social. Ma questo stesso meccanismo è anche ciò che alimenta la dipendenza.

Non si tratta quindi di effetti collaterali imprevisti, ma di una logica strutturale: più tempo trascorso online significa più dati raccolti e più profitti generati.

Ed è proprio questo che sta cambiando la percezione pubblica: da strumenti utili e gratuiti, i social vengono sempre più visti come ambienti potenzialmente dannosi, soprattutto per i più giovani.

L’ALLARME DEGLI ESPERTI SUI MINORI

A rafforzare questo quadro intervengono le parole dello psicanalista Massimo Ammaniti, intervistato dal Corriere Roma: «Non sono favorevole. Sono favorevolissimo» a limitare l’accesso ai social per gli adolescenti.

I dati citati sono significativi: negli USA, nel 2015 il 23% degli adolescenti passava molte ore sui social, mentre nel 2023 la percentuale è salita al 46%. Un raddoppio in meno di dieci anni.

Le conseguenze? Secondo le ricerche richiamate dallo stesso Ammaniti, si registrano aumenti di ansia, depressione e difficoltà di attenzione, fino a veri e propri problemi cognitivi. In alcuni casi, gli studenti non riescono più a leggere testi lunghi o a seguire il senso di un film.

Ancora più grave è il meccanismo dei contenuti estremi: «Spingono su contenuti estremi per attirare i ragazzi e generare loro dipendenza», afferma lo psicanalista. E aggiunge che messaggi violenti o autodistruttivi possono contribuire a creare un clima psicologico pericoloso, soprattutto in una fase delicata come l’adolescenza.

LA RISPOSTA POLITICA: STOP SOTTO I 15 ANNI

In questo contesto si inserisce la nuova iniziativa del governo italiano. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, è allo studio un disegno di legge che punta a vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni.

Il provvedimento nasce con l’obiettivo dichiarato di «agire il prima possibile per proteggere i minori», introducendo strumenti concreti per impedire l’accesso alle piattaforme.

Tra le misure previste:

  • sistemi di controllo parentale obbligatori sui dispositivi

  • limitazioni nell’uso delle applicazioni

  • responsabilità condivise tra produttori, operatori e famiglie

L’iscrizione autonoma ai social sarebbe consentita solo dopo i 15 anni, mentre prima resterebbe sotto il controllo dei genitori.

Il punto centrale, però, non è più “se intervenire”, ma “come farlo davvero”. Perché — come osserva lo stesso Ammaniti — limiti teorici esistono già oggi, ma spesso non vengono rispettati.

UN CAMBIO DI PARADIGMA

Ciò che emerge con chiarezza è un cambiamento profondo: per anni si è pensato ai social come strumenti neutri, lasciando alle famiglie e ai singoli la responsabilità dell’uso.

Oggi, invece, si fa strada un’altra idea: che queste piattaforme abbiano una responsabilità diretta, soprattutto quando entrano nella vita dei minori.

È lo stesso passaggio che, decenni fa, ha riguardato il tabacco: dalla libertà individuale alla consapevolezza di un sistema che crea dipendenza.

E se questo parallelo continuerà a rafforzarsi, le conseguenze potrebbero essere enormi — non solo sul piano legale, ma anche culturale.

CHI PROTEGGE DAVVERO I PIÙ GIOVANI?

Se i social sono progettati per trattenere, influenzare e creare dipendenza, la domanda diventa inevitabile: è sufficiente educare all’uso o è necessario limitare l’accesso?

La risposta che sta emergendo — nei tribunali, tra gli esperti e ora anche nella politica — è sempre più chiara. Ma resta una responsabilità che nessuna legge potrà sostituire: quella di chi è chiamato a custodire la crescita dei più giovani, nel momento più fragile della loro vita.

E questo porta a guardare oltre lo schermo, verso i luoghi concreti in cui questa crescita prende forma ogni giorno.

Non è un caso che questo dibattito si intrecci sempre più con quello sulla scuola. Perché è lì – dopo la famiglia – che si formano lo sguardo, il senso critico e l’equilibrio dei ragazzi. Eppure, proprio la scuola — un tempo luogo di valori condivisi tra genitori e docenti, fatto anche di riferimenti religiosi e tradizioni comuni — appare oggi attraversata da trasformazioni profonde, tra simboli rimossi e nuovi orientamenti culturali sempre più presenti. Una vera e propria emergenza scuola, che alcuni stanno iniziando a osservare e documentare con maggiore attenzione, nel tentativo di capire non solo cosa sta cambiando, ma anche quali strade siano ancora possibili.

 

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