Bruxelles prepara il blitz: meno veti, meno commissari. E l'Italia conterà meno?

Bruxelles prepara il blitz: meno veti, meno commissari. E l'Italia conterà meno?

Meno unanimità, più voti a maggioranza e un Collegio dei commissari ridotto a due terzi degli Stati: è il piano con cui la Commissione europea di Ursula von der Leyen prepara un'Unione con oltre trenta membri. Lo rivela la Nuova Bussola Quotidiana del 1° ottobre, citando bozze interne. La comunicazione è attesa per oggi, in vista del Consiglio europeo. Tradotto: alcuni Paesi potrebbero finire in minoranza su decisioni essenziali e restare perfino senza un proprio commissario.

I FATTI: UN'UNIONE IN CUI LE CAPITALI CONTANO MENO

Le bozze, visionate dalla testata Brussels Signal, disegnano la strategia per un'Unione oltre i trenta Stati. L'unanimità resterebbe solo all'apertura e alla chiusura di ogni adesione: in molti passaggi intermedi sparirebbe.

Il voto a maggioranza qualificata verrebbe esteso alle sanzioni per violazioni dei diritti umani, alla sicurezza e al contrasto dell'evasione fiscale. La soglia resta quella ordinaria: 15 Stati su 27, che rappresentino il 65 per cento della popolazione.

Il secondo fronte si apre a Berlino. Un'iniziativa tedesca, sostenuta in partenza da Francia, Paesi Bassi e Lussemburgo, punta a moltiplicare le astensioni costruttive in politica estera. Chi dissente dovrebbe astenersi invece di bloccare. Chi invoca interessi nazionali vitali incontrerebbe limiti più severi. Vietato perfino legare le proprie obiezioni ad altri dossier.

Per onestà va detto: per ora non c'è né una decisione né una proposta legislativa vincolante. Per attivare le clausole dei Trattati che consentono questi passaggi servirà comunque l'unanimità del Consiglio europeo. Ed è proprio questo il paradosso: per abolire il veto, si chiede agli Stati di usarlo un'ultima volta contro sé stessi.

LA CONTRADDIZIONE: EFFICIENZA PER TUTTI, TRANNE CHE PER I BUROCRATI

Il nome scelto è rassicurante: efficienza decisionale. Chi potrebbe dirsi contrario? Ma la cura proposta è curiosa. Non si tagliano funzionari superflui, non si snelliscono procedure: si accorciano i poteri degli Stati.

E l'emergenza, a guardare i numeri, non c'è. La Nuova Bussola, rimandando ai dati del Consiglio dell'Unione europea, ricorda che la maggioranza qualificata governa già circa l'80 per cento delle leggi europee. L'unanimità sopravvive solo dove si tocca il cuore di una nazione: politica estera e sicurezza, nuove adesioni, bilancio pluriennale, risorse proprie, fiscalità indiretta, alcuni settori della giustizia.

Proprio lì Bruxelles vuole togliere l'ultima parola alle capitali. Non per correre più veloce, ma per spostare l'equilibrio tra l'Unione e gli Stati che l'hanno costituita.

C'è poi l'ipocrisia più sottile. Chi difende il proprio veto rischia di essere bollato come ostruzionista. Eppure sono i Trattati a stabilire che le competenze non cedute restano agli Stati e che l'Unione deve rispettarne l'uguaglianza e l'identità nazionale. Chi tradisce davvero le regole: chi le invoca o chi le aggira?

LA LETTURA IN PROFONDITÀ: LA VECCHIA TENTAZIONE DI BABELE

Dietro la parola efficienza si nasconde una promessa antica. Eliminare ogni attrito, fondere tutti gli interessi sotto un unico centro di comando, e il mondo finalmente funzionerà. È la vecchia tentazione di Babele: popoli senza più voce propria, governati da un solo potere che garantisce prosperità e quiete.

Ma su questa terra i contrasti tra le nazioni non si aboliscono per decreto. La saggezza cristiana insegna a contenerli e a comporli, non a cancellarli. Togliere il veto non elimina il disaccordo: lo mette a tacere. E una nazione zittita non è una nazione convinta.

La civiltà cristiana ha costruito l'unità dell'Europa per la strada opposta. Ogni regione era libera di essere sé stessa, ogni città governava i propri affari, ogni corpo sociale amministrava ciò che gli spettava. Il potere più alto non si confondeva con quello locale. L'unità era vera proprio perché rispettava le differenze.

È lo stesso principio che i Trattati, almeno sulla carta, chiamano sussidiarietà: ciò che una comunità può fare da sé non va avocato da chi sta sopra. Bruxelles percorre il cammino inverso. Risucchia verso l'alto ciò che appartiene alle nazioni e chiama progresso questa concentrazione di potere.

LE IMPLICAZIONI: OGGI NOVE CAPITALI SENZA VOCE, DOMANI LA NOSTRA?

Il Collegio ridotto non è un'idea nuova. Il Trattato di Lisbona lo prevedeva già, con una rotazione paritaria, ma nel 2013 il Consiglio europeo scelse di conservare un commissario per ogni Paese. Tornare a quella formula significherebbe lasciare nove capitali senza un proprio commissario. A turno, nessuno sarebbe al riparo. Italia compresa.

Per gli Stati più piccoli sarebbe la fine della pari dignità. Per tutti, un fossato ancora più largo tra le istituzioni e i popoli.

E non è questione di poltrone. Come scrive Luca Volontè sulla Nuova Bussola, il veto può difendere interessi essenziali, ordinamenti costituzionali e «identità nazionali che nessun funzionario europeo ha il diritto di liquidare come arretratezza». Volontè ricorda anche che Bruxelles non genera il potere: lo riceve, entro confini precisi, da popoli sovrani.

Oggi si comincia dalla politica estera e dalle adesioni. Ma in Europa le cessioni di sovranità partono come deroghe tecniche e finiscono per diventare la regola. Un popolo che si abitua a essere messo in minoranza sulle questioni essenziali smette presto di difendere qualcosa: le proprie leggi, la propria identità, la fede che lo ha plasmato.

Oggi Bruxelles indicherà la direzione. Ma la direzione di una nazione non si decide in un corridoio della Commissione. L'Europa è nata cristiana come famiglia di popoli liberi, non come caserma di funzionari. Chi ama l'Italia non può restare a guardare mentre la sua voce viene spenta, un veto alla volta. Tocca a noi farla sentire.

 

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