Condannata a morte perché cristiana: la straordinaria vittoria di Mariam

Condannata a morte perché cristiana: la straordinaria vittoria di Mariam

Nel 2014 una giovane donna cristiana, incinta e madre di un bambino di un anno, fu condannata in Sudan a 100 frustate per adulterio e all’impiccagione per apostasia. Il suo “crimine”? Aver sposato un cristiano e aver rifiutato di convertirsi all’islam. Dodici anni dopo, Mariam Ibraheem ha raccontato la sua storia in una lunga intervista pubblicata da Tempi: una testimonianza di fede, coraggio e perdono che continua a interrogare il mondo sulla libertà religiosa e sulla sorte dei cristiani perseguitati. 

LA CONDANNA DI UNA DONNA CRISTIANA

Secondo quanto riportato da Tempi, Mariam Ibraheem nacque nel 1987 in Sudan da madre cristiana etiope e padre musulmano originario del Darfur. Dopo la morte del padre, la madre la educò nella fede cristiana, ma la legislazione sudanese, fondata sulla sharia introdotta nel 1983, la considerava comunque musulmana per nascita.

Questa norma ebbe conseguenze drammatiche. Quando Mariam sposò il cristiano Daniel Wani, il loro matrimonio non venne riconosciuto dalla legge. Nel 2013, dopo essere stata denunciata da alcuni familiari paterni, venne accusata formalmente di adulterio e apostasia.

La vicenda assunse presto dimensioni internazionali. Alla vigilia di Natale del 2013 la donna fu arrestata e rinchiusa in carcere insieme al figlio Martin, che aveva appena un anno. Poco dopo scoprì di essere incinta della sua seconda figlia, Maya.

IL CARCERE, LE CATENE E LA FEDE

Le condizioni di detenzione furono durissime. Mariam racconta che molte detenute venivano maltrattate e che diverse morivano a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie. Per lunghi periodi fu tenuta incatenata al pavimento.

Nonostante tutto, la donna non rinnegò mai la propria fede. Conservava alcune pagine della Bibbia nascoste tra i capelli e riusciva a leggerle soltanto in bagno, lontano dagli sguardi delle guardie.

Particolarmente drammatici furono i giorni precedenti alla sentenza. Un imam la visitava regolarmente per convincerla ad abiurare il cristianesimo. Le venne offerta una scelta brutale: conversione all’islam oppure morte.

L’11 maggio 2014 arrivò la condanna. Il giudice le concesse tre giorni per ripensarci. Mariam ricorda quel momento come una prova spirituale estrema. Alla fine, dichiarò davanti al tribunale: «Sono sempre stata cristiana e non diventerò musulmana».

LA FIGLIA CHE LE SALVÒ LA VITA

Dopo il rifiuto di convertirsi, il tribunale confermò la pena capitale. Tuttavia, essendo incinta, l’esecuzione venne rinviata.

Fu proprio questa circostanza a salvarla. Due settimane dopo la sentenza nacque Maya, in condizioni estremamente difficili, sul pavimento della cella. «Se non fossi stata incinta, sarei morta pochi giorni dopo», ha raccontato Mariam.

Nel frattempo, l’avvocato della donna presentò ricorso e la pressione internazionale aumentò. Il 23 giugno 2014 una Corte d’Appello revocò la condanna. La liberazione, però, non pose fine ai pericoli. Gruppi di estremisti islamici erano pronti a colpirla appena uscita dal carcere.

Il giorno successivo venne persino arrestata nuovamente mentre cercava di lasciare il Paese.

IL RUOLO DELL’ITALIA E L’INCONTRO CON PAPA FRANCESCO

La svolta definitiva arrivò grazie all’intervento della comunità internazionale e del governo italiano.

Il 24 luglio 2014 Mariam e la sua famiglia riuscirono finalmente a lasciare il Sudan e a raggiungere l’Italia prima di trasferirsi negli Stati Uniti.

Tra i momenti più significativi della sua nuova vita vi fu l’incontro con Papa Francesco. Mariam raccontò al Pontefice di aver perdonato i propri persecutori, seguendo l’esempio di Cristo sulla croce.

Ancora oggi la donna si dedica alla difesa dei cristiani perseguitati e delle donne vittime di violenza. Ha scritto libri sulla sua esperienza e continua a testimoniare pubblicamente ciò che ha vissuto.

IL SUDAN E LA LEZIONE DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA

La storia di Mariam non appartiene soltanto al passato. Lo stesso Sudan che cercò di condannarla è oggi travolto da una devastante guerra civile che, secondo quanto riferito nell’intervista, ha provocato oltre 100 mila vittime e più di 14 milioni di sfollati.

Eppure, nonostante tutto, Mariam continua a pregare per il suo Paese. «Io non ho mai permesso all’odio di sfiorare la mia anima», afferma. Una frase che colpisce ancora di più se pronunciata da una donna che ha conosciuto il carcere, le catene e una condanna a morte.

La sua vicenda ricorda una verità spesso dimenticata: nessun potere umano può pretendere di soffocare la coscienza retta, quando essa aderisce alla Verità. Perché il diritto di professare la fede cristiana non è una concessione dello Stato, ma un diritto fondato sull’ordine voluto da Dio, che ha creato l’uomo per conoscerLo, amarLo e servirLo.

Di fronte a storie come quella di Mariam Ibraheem, la domanda resta inevitabile: siamo davvero consapevoli del prezzo che milioni di cristiani continuano a pagare nel mondo per professare la propria fede? La sua testimonianza dimostra che la persecuzione può imprigionare un corpo, ma non può spegnere una coscienza radicata in Cristo.

 

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