Dalle piazze alle urne: il progetto dell’islam politico in Italia
Non possiamo più raccontarci che “va tutto bene”, che si tratta solo di integrazione, che chi lancia l’allarme stia esagerando.
L’islam politico sta avanzando nelle nostre istituzioni, e lo sta facendo in modo sempre più visibile, strutturato e consapevole.
Non è una paura astratta: è un processo già in atto, che passa dalle elezioni locali, dalle piazze, dalle reti associative e da un’alleanza ormai stabile con centri sociali, sigle extraparlamentari e partiti della sinistra radicale.
A Roma, città con oltre 110mila musulmani, di cui circa 30mila con diritto di voto, le sale di preghiera sono già diventate palcoscenici elettorali.
Progetti come “Musulmani per Roma” non nascono per caso: nascono con un obiettivo dichiarato, quello di incidere sull’agenda politica partendo dai principi dell’islam, fino ad arrivare a una shari’a “declinata in chiave italiana”.
Ed è qui che cade la maschera: perché l’islam politico non riconosce la separazione tra Stato e religione.
E’ un sistema totale che entra inevitabilmente in rotta di collisione con la nostra Costituzione e con il nostro modo di vivere.
Poligamia, punizione per l’apostasia, sottomissione della donna, negazione della libertà individuale: sono principi esplicitamente contenuti in quell’impianto ideologico che oggi qualcuno tenta di rendere compatibile con la democrazia occidentale.
E mentre ci viene chiesto di “non allarmare”, vediamo nascere convergenze sempre più inquietanti: imam radicali, sigle dell’estrema sinistra, movimenti pro-Pal e persino ambienti contigui a Hamas che sfilano insieme nelle piazze italiane.
Le parole pronunciate dai leader islamici attivi in Italia, come Brahim Baya, predicatore islamico di Torino, non lasciano spazio a interpretazioni: «La nostra comunità conta tre o cinque milioni di persone… deve diventare consapevole del proprio peso politico».
È una chiamata esplicita alle urne, una strategia per trasformare la presenza numerica in forza istituzionale.
E quando la pressione funziona – come nel caso della liberazione di imam ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale – il messaggio è chiarissimo: organizzarsi paga.
Ed è proprio qui che arriva il momento di scegliere. Di fronte a questo scenario, non possiamo restare fermi!
Per questo, se non l’hai ancora fatto, ti invitiamo a firmare subito la petizione “Fermiamo l’avanzata islamica e salviamo l’Italia!”, promossa da Pro Italia Cristiana.
È un atto necessario per dire che l’Italia non è terra di conquista ideologica, che la nostra democrazia non è negoziabile, che la nostra identità non è sacrificabile sull’altare del buonismo.
Ma una firma, da sola, non basta! Perché questa battaglia si gioca anche sul piano culturale e comunicativo.
Per questo, vogliamo potenziare sempre più la nostra grande campagna di sensibilizzazione online, tramite i social, perché questa battaglia si vince anche rompendo il silenzio mediatico, raggiungendo chi oggi non sa, chi dubita, chi viene intimidito dall’accusa di “intolleranza”. Ma per farlo, abbiamo bisogno del tuo aiuto!
Ma qua emerge una verità ancora più profonda: il problema non è solo esterno, ma anche interno.
Negli ultimi anni, perfino dentro la Chiesa si è diffusa una visione ingenuamente ottimistica del dialogo con l’islam, che ha finito per zittire ogni voce critica.
Moniti come quelli del cardinale Giacomo Biffi sono stati messi da parte, nonostante avesse chiarito che una convivenza pacifica richiede lucidità e consapevolezza, non auto-censura.
Ancora più forti sono le parole di chi ha vissuto nei Paesi a maggioranza islamica.
Monsignor Giovanni D’Ercole, dopo anni in Marocco, lo dice senza giri di parole: quando i cristiani rinunciano alla propria identità per falso ecumenismo, si condannano all’irrilevanza.
E avverte: l’islam non è un pericolo in sé, ma può diventarlo quando trova davanti a sé una società cristiana debole, confusa, rinunciataria.
La rimozione del crocifisso, l’eliminazione del presepe, l’oscuramento delle nostre radici culturali, l’apertura di chiese al culto islamico: non hanno favorito l’integrazione, ma hanno trasmesso l’idea che noi non crediamo più in ciò che siamo.
E chi crede fermamente nella propria fede interpreta questa debolezza come un invito a conquistare, non a dialogare.
Una nazione che smette di difendere la propria identità firma, senza accorgersene, la propria resa. Il tempo dell’indifferenza è finito. Ora è il momento del coraggio!