Dodicenni all’assalto di Milano: una rivolta senza idee, ma non senza registi
Domenica 18 ottobre, dopo due giorni di guerriglia nel centro di Milano, 271 persone sono state portate in Questura: 220 erano minorenni, riferisce Il Giornale. Tra i fermati, racconta il Corriere della Sera, c’era perfino chi aveva undici anni. Li chiamano manifestanti «contro il carovita», e i commentatori assicurano che non hanno ideologie. È vero: idee non ne hanno. Ma qualcuno, per loro, ne ha avuta una molto precisa.
TREDICI GIORNI PER PREPARARE UNA RIVOLTA «SPONTANEA»
Tutto comincia il 4 ottobre, quando su Instagram nasce l’account «Italia in Piazza». Come ricostruisce un’inchiesta de Il Giornale, si presenta come voce spontanea dei giovani, ma lavora con attivisti già impegnati in politica e condivide iniziative con un sedicente Fronte rivoluzionario italiano.
I messaggi non lasciano dubbi sul modello: «Unendoci al clima di insoddisfazione e coraggio che sembra respirarsi ormai in tutta Europa, tra Francia, Spagna, Belgio, Germania, anche l’Italia è pronta». Seguono video di cortei, fumogeni, incendi e manifestazioni straniere. E un appuntamento preciso: «Il 17 ottobre non restiamo a guardare». Tredici giorni dopo, tra Cordusio e piazza Duomo, Milano diventa un campo di battaglia.
Lo schema arriva dalla Francia. Lì, scrive La Nuova Bussola Quotidiana, un account Instagram da 674mila seguaci aggiornava sui raduni e dava istruzioni: «Una folla mobile, capace di disperdersi e ricompattarsi, ha più margini di manovra». Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez denuncia «la mano ben visibile dell’estrema sinistra radicale».
Il primo ministro Sébastien Lecornu, riferisce il Corriere della Sera, va oltre: «Esiste un’intera rete che potrebbe essere mobilitata per contestare persino la tempistica delle elezioni presidenziali e lo svolgimento delle elezioni stesse».
La rabbia dei ragazzi è la materia prima. Ma da sola non costruisce nulla: serve qualcuno che la raccolga, la orienti e le dia un’ora e un luogo.
IL MISTERO CHE NON È UN MISTERO
Eppure da noi si parla di enigma. Un’analisi del Corriere definisce oscura l’origine delle «autoconvocazioni»: appuntamenti lanciati sui social senza firma, rimbalzati di telefono in telefono, mentre polizia telematica e servizi indagano.
Ma un account aperto per una data precisa, video scelti con cura e parole d’ordine importate dall’estero non nascono per caso. Mille fiammiferi sparsi non si accendono da soli, tutti insieme, alla stessa ora e nella stessa piazza.
Perfino i militanti dei centri sociali, nota il quotidiano, hanno lasciato la piazza ai primi scontri per non essere «strumentalizzati». E i dodicenni rimasti?
In Francia il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ammette: «I servizi francesi non sanno lottare contro l’ultra-sinistra». Si contano i ragazzini fermati; chi li ha chiamati resta al riparo dietro uno schermo.
LA REGIA NON PARLA ALLA RAGIONE
Perché una rivolta senza idee? Perché chi la guida non ha bisogno di convincere nessuno. Lavora più in basso, dove nascono desideri, rancori e abitudini. Prima si cambiano i gusti e i modi di sentire; le idee arrivano dopo, a giustificare ciò che si è già fatto.
Una piazza senza bandiere non è meno guidata: è guidata più in profondità. E per questo è più difficile da fermare, perché con uno stato d’animo non si discute.
«Protestiamo perché siamo invisibili, se sei povero non puoi avere niente», dice un ragazzo al Corriere. Lanciano bottiglie, scappano, poi si filmano e si abbracciano come in un videogioco: è la lingua delle immagini, la stessa dei video con cui «Italia in Piazza» li ha chiamati.
Il bersaglio è sempre lo stesso: ogni superiorità. La divisa dell’agente, la vetrina in cui non si entra, l’autorità che dice no. Eppure la povertà non spiega nulla. Santa Bernadette era una contadina senza mezzi, ma fiera di essere figlia di Dio: molte nobildonne le avrebbero invidiato la dignità.
Chi cresce senza fede impara invece a vergognarsi della propria condizione e a invidiare chi sta meglio: prima cerca di imitarlo, poi vuole abbatterlo. È su questa invidia che i registi soffiano.

LE PAROLE CHE DISARMANO
La violenza, però, non resta in strada. Passa nella testa di chi guarda, con due scopi: addormentare chi è neutrale e paralizzare chi dovrebbe difendere l’ordine.
Ci pensano le parole. «Carovita», «invisibili», «disagio», «empatia»: termini dal significato onesto, allargati fino a coprire il saccheggio, che parlano all’emozione e non alla ragione. La paura di peggiorare le cose, unita alla compassione per i «poveri ragazzi», spinge ad accettare la resa come male minore.
Macron, ricorda la Bussola, aveva rimproverato alla polizia di essere poco «empatica» verso chi la aggrediva. Massimo Giannini, da Fabio Fazio, ha detto delle violenze nelle scuole di Torino: «Questo sfogo ci deve essere», precisando poi che la violenza va compresa, non giustificata. Il messaggio, intanto, era passato.
C’è chi rompe le vetrine e c’è chi, in salotto, spiega che era inevitabile. I primi sembrano fallire, ma spostano ogni volta un po’ più in là ciò che i secondi, e con loro i moderati, sono disposti a giustificare.
LA CALMA CHE INGANNA
Il pericolo più grande è credere che sia finita. I liceali francesi sono in vacanza, le piazze si svuotano. Ma è nella quiete apparente che il fermento lavora, per poi esplodere più forte di prima.
I gilet gialli hanno già annunciato il «secondo atto» per sabato prossimo. Sul Corriere si legge il timore che sia «l’avvio di una stagione tutt’altro che tranquilla».
La prima trincea è la famiglia, il primo corpo sociale che questo disordine vuole svuotare. Davanti alla Questura, racconta un’altra cronaca del Corriere, un padre in fila per riprendersi il figlio ha detto: «Mi rompo la schiena al lavoro tutti i giorni e mi vergogno: se mio figlio ha sbagliato deve pagare».
Dove un padre ha ancora il coraggio di vergognarsi, nulla è perduto. Nessuna deriva è irreversibile, se la libertà dell’uomo si lascia aiutare dalla grazia.
«Il 17 ottobre non restiamo a guardare», scrivevano i registi della rivolta. Hanno ragione: non si può restare a guardare. Ma per difendere, non per distruggere. Teniamo gli occhi aperti, chiamiamo le cose con il loro nome, restituiamo ai padri la loro autorità e ai ragazzi la fede che li rende grandi. L’Italia cristiana non si difende da sola.
