Egitto, sei giovani cristiani in carcere per un video comico

Egitto, sei giovani cristiani in carcere per un video comico

Sei giovani cristiani, tra i 17 e i 23 anni, sono finiti in carcere in Egitto per aver ricreato su TikTok una scena comica di un film autorizzato dalla censura statale. Uno di loro è minorenne. Il video, pubblicato il 4 ottobre 2026 nella provincia di Minya e cancellato poche ore dopo, ha scatenato minacce contro i ragazzi e le loro famiglie. Ora il caso è nelle mani della Procura Suprema per la Sicurezza dello Stato.

DAL CINEMA ALLA CELLA

Secondo Info Vaticana, i sei giovani abitano a Ezbet Tanious, nel villaggio di Taha al-Aamida, nel distretto di Samalout. Per il loro video avevano utilizzato l’audio di «Khalawis», una commedia egiziana uscita nel 2018.

La scena mostra alcuni detenuti che cercano di pregare senza conoscere i versetti coranici. Un frammento umoristico già riprodotto da numerosi utenti sulla stessa piattaforma.

Il 22 ottobre ADF International ha denunciato la detenzione dei ragazzi, chiedendone la liberazione immediata e l’archiviazione delle indagini. Le accuse comprendono blasfemia, disprezzo della religione e sfruttamento della religione per promuovere idee estremiste.

Il procedimento porta il numero 8430 del 2026. Il 10 ottobre la Procura ha disposto quattro giorni di custodia cautelare; il giorno successivo un giudice l’ha prorogata di altri quindici. Tra le persone private della libertà c’è un ragazzo di appena diciassette anni. 

UN FILM AUTORIZZATO, UN VIDEO CHE PORTA ALL’ARRESTO

Christian Post aggiunge un particolare che rende la vicenda ancora più sconcertante: «Khalawis» aveva ottenuto l’autorizzazione della censura statale prima delle riprese ed è ancora trasmesso dalla televisione satellitare.

La stessa scena ammessa sullo schermo è dunque diventata, nella riproduzione realizzata da sei giovani cristiani, materia di un procedimento penale. Una contraddizione che esige spiegazioni, soprattutto alla luce della diffusione di contenuti analoghi.

L’Iniziativa Egiziana per i Diritti Personali, EIPR, segnala infatti la presenza su TikTok di centinaia di video che ripropongono la medesima scena con la stessa colonna sonora. Per l’organizzazione, un video comico pubblicato online non costituisce un motivo legale per la detenzione.

LE MINACCE NON SI FERMANO AI RAGAZZI

I giovani avevano eliminato il video poche ore dopo la pubblicazione, avvertiti da alcuni amici delle possibili conseguenze. Ma un abitante del villaggio lo aveva già condiviso nuovamente, accompagnandolo con commenti di condanna.

Da quel momento, l’ostilità si è allargata ai familiari e ai cristiani del villaggio. Alcuni utenti hanno chiesto l’intervento del Ministero dell’Interno; altri hanno incitato alla violenza contro i ragazzi e le loro famiglie.

I parenti e i rappresentanti della chiesa sono intervenuti per cercare di disinnescare le tensioni. Il 9 ottobre si è tenuto un incontro di riconciliazione con anziani del villaggio, religiosi musulmani e sacerdoti della diocesi di Samalout. La diocesi ha presentato scuse formali ai residenti musulmani.

Neppure quel gesto ha impedito il successivo trasferimento del caso alla sicurezza dello Stato. Per le famiglie, che speravano nel ritorno a casa dei figli una volta calmata la situazione, è stato uno shock.

«NON C’È MOTIVO DI ACCUSARLI NÉ DI INCARCERARLI»

Kelsey Zorzi, consulente legale senior di ADF International, ha denunciato con parole nette il trattamento riservato ai giovani:

«Questi giovani non hanno fatto altro che condividere un video spensierato con la voce di un film popolare e per nulla controverso, come hanno fatto molti altri sulla piattaforma. Non c’è motivo di accusarli né di incarcerarli».

Zorzi definisce casi simili «tragicamente comuni in Egitto». La sua denuncia riguarda cristiani esposti a minacce, discriminazioni e carcere per espressioni considerate problematiche perché provengono da persone estranee alla religione maggioritaria.

L’EIPR ha registrato almeno 111 persone prese di mira per aver espresso le proprie opinioni religiose e ha chiesto la liberazione dei sei giovani e degli altri detenuti per le loro convinzioni.

LA LIBERTÀ DI CREDO DEVE VALERE ANCHE PER I CRISTIANI

I cristiani rappresentano circa il 10–15% della popolazione egiziana. La Costituzione tutela la libertà religiosa, ma restano in vigore disposizioni penali contro la blasfemia e l’oltraggio alla religione.

Open Doors, organizzazione che sostiene i cristiani perseguitati, segnala che a livello locale le accuse di blasfemia possono provocare violenze e costringere i cristiani ad abbandonare le proprie comunità. Nelle zone rurali, il rischio è particolarmente elevato.

Altri nomi mostrano quanto possa costare esprimere la propria fede. Augustinos Samaan è stato condannato a cinque anni di lavori forzati per contenuti nei quali spiegava il cristianesimo. Abdulbaqi Saaed Abdo è stato incarcerato per pubblicazioni in un gruppo cristiano su Facebook, prima di recuperare la libertà con il sostegno di ADF.

Per le famiglie di Minya, queste vicende hanno un significato concreto: paura per i figli, intimidazioni e incertezza. Per chi difende le radici cristiane dell’Italia, sono un richiamo alla responsabilità verso fratelli nella fede la cui libertà è minacciata.

 

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