Germania, quasi un giovane musulmano su due vicino all’islamismo: l’Europa si scopre fragile

Germania, quasi un giovane musulmano su due vicino all’islamismo: l’Europa si scopre fragile

Un giovane musulmano su due, in Germania, mostra atteggiamenti latenti o manifesti affini all’islamismo. Non lo afferma un post polemico, ma il MOTRA-Monitor, progetto tedesco di monitoraggio della radicalizzazione coordinato dall’Ufficio federale di polizia criminale. Il dato preciso è 45,1% tra i musulmani sotto i 40 anni. Un numero che riguarda Berlino ma che parla a tutta l’Europa. E interroga anche l’Italia.

COSA È SUCCESSO

Il MOTRA-Monitor, pubblicato nel 2026, raccoglie i risultati di cinque ondate di rilevazione condotte dal 2021 al 2025. In totale sono state intervistate 21.899 persone sopra i 18 anni.

Lo studio prende in esame radicalizzazione, estremismo, antisemitismo, sfiducia nelle istituzioni e atteggiamenti verso la democrazia liberale. Il punto più discusso riguarda i giovani musulmani residenti in Germania.

Secondo i dati riportati dal rapporto, tra i musulmani sotto i 40 anni l’11,5% presenta atteggiamenti manifestamente islamismo-affini. A questi si aggiunge un 33,6% con atteggiamenti latenti. In totale, il 45,1% di questa fascia risulta dunque «latent oder manifest islamismusaffin», cioè latentemente o manifestamente affine all’islamismo.

È importante essere precisi. Lo studio non dice che quasi un giovane musulmano su due sia terrorista o violento. Dice però che quasi uno su due, in quella fascia, mostra una vicinanza culturale o ideologica a impostazioni che possono entrare in tensione con lo Stato di diritto, la libertà religiosa, la parità davanti alla legge e il quadro democratico occidentale.

Ed è proprio questo il punto.

UN SEGNALE DI QUALCOSA DI PIÙ GRANDE

Il rapporto tedesco descrive una società attraversata da sfiducia, paura, crisi di legittimità delle istituzioni e crescita di orientamenti estremisti. 

Dentro questo quadro, il caso dei giovani musulmani assume un peso particolare. Non perché ogni musulmano debba essere guardato con sospetto. Sarebbe ingiusto e falso. Ma perché una società seria ha il dovere di guardare i numeri senza censurarli.

Quando una parte così consistente di una minoranza giovane mostra affinità con visioni religiose-politiche incompatibili con l’ordine civile europeo, il problema non è solo di sicurezza. È culturale. È educativo. È identitario.

Per decenni l’Europa ha raccontato il multiculturalismo come una convivenza automatica. Bastava accogliere, bastava includere, bastava evitare ogni giudizio sulle culture. Ma i fatti mostrano che l’integrazione non è un processo meccanico. Se una civiltà non sa più dire chi è, non può chiedere a nessuno di integrarsi in essa.

LA QUESTIONE DI FONDO

Qui emerge la ferita più profonda. L’Europa ha smesso di trasmettere sé stessa.

Ha indebolito la propria memoria cristiana. Ha ridotto la religione a fatto privato. Ha trasformato la scuola in un luogo spesso incapace di parlare di identità, radici, doveri, verità. Ha sostituito l’idea di civiltà con quella di neutralità permanente.

Ma una società neutra non resta vuota. Viene riempita da altro.

Quando il cristianesimo viene espulso dalla vita pubblica, non nasce uno spazio più libero. Nasce uno spazio più fragile. E in quello spazio possono avanzare ideologie forti, compatte, comunitarie, capaci di dare appartenenza a giovani che l’Occidente secolarizzato non riesce più a formare.

Il problema non è solo l’islamismo. Il problema è un’Europa che, avendo rinunciato a difendere la propria anima, si stupisce quando altre visioni del mondo occupano il terreno lasciato libero.

L’Italia dovrebbe guardare questi dati con attenzione. Perché l’Italia non è comprensibile senza il cristianesimo. Le sue città, il suo diritto, la sua arte, la sua idea di famiglia, di persona, di libertà, di dignità umana portano il segno di una civiltà plasmata dal Vangelo.

Recidere questo legame non significa diventare più moderni. Significa diventare più deboli.

LE PAROLE CHE RIVELANO LA DIREZIONE

Il MOTRA-Monitor segnala anche un aumento molto grave dell’antisemitismo. Tra i musulmani residenti in Germania, la quota con atteggiamenti manifestamente antisemiti è passata dal 12,5% del 2021 al 27,2% del 2025. Tra i musulmani sotto i 40 anni l’aumento è ancora più netto: dall’11,3% al 29,1%.

Questi numeri sono stati letti da diversi commentatori tedeschi come un campanello d’allarme. Il dibattito pubblico ha discusso non solo la radicalizzazione, ma anche le responsabilità politiche e culturali di anni di sottovalutazione.

Perché quando quasi la metà di una fascia giovane risulta almeno esposta a un orientamento incompatibile con la tradizione giuridica e culturale europea, non siamo davanti a un dettaglio statistico. Siamo davanti a una frattura.

COSA SIGNIFICA PER IL FUTURO

La domanda decisiva è questa: che cosa accade quando le nuove generazioni crescono senza una cultura comune?

Accade che la società si divide in blocchi. Accade che la scuola perde la capacità di trasmettere un patrimonio condiviso. Accade che la libertà religiosa diventa indifferenza verso qualsiasi contenuto religioso. Accade che la legge comune non viene più percepita come espressione di una civiltà, ma come una regola esterna, negoziabile, provvisoria.

Per questo il tema non può essere ridotto all’ordine pubblico. Certo, servono vigilanza, prevenzione, controllo delle reti radicali, contrasto alla propaganda islamista online. Ma tutto questo non basta se l’Europa continua a vergognarsi di sé stessa.

La vera integrazione non nasce dal vuoto. Nasce dall’incontro con una civiltà viva, consapevole, capace di accogliere senza dissolversi e di dialogare senza rinunciare alla propria identità.

Per l’Italia questo significa una cosa concreta: tornare a educare. Tornare a trasmettere. Tornare a dire che la nostra libertà non nasce dal nulla, ma da una storia cristiana che ha formato il volto della nazione.

Se questa storia viene cancellata, non avremo una società più aperta. Avremo una società più indifesa.

I dati tedeschi non sono una sentenza contro un’intera comunità. Sono un avvertimento rivolto all’Europa. Dove l’identità cristiana arretra, non arriva il paradiso multiculturale promesso. Arrivano frammentazione, conflitto e nuove appartenenze radicali.

La domanda, allora, è semplice: vogliamo ancora trasmettere ai nostri figli la civiltà che abbiamo ricevuto, o preferiamo accorgerci troppo tardi di averla lasciata svanire?

 

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