Giovani senza giudizio: la scuola sta smettendo di insegnare a pensare
Non è solo un problema di voti bassi, di lettura faticosa o di matematica debole. Il disagio che attraversa molti giovani rivela qualcosa di più grave: la difficoltà crescente a distinguere, collegare, ragionare, riconoscere una regola e comprenderne le eccezioni. Quando una generazione perde gli strumenti del giudizio, non si impoverisce soltanto la scuola. Si indebolisce l’intera società.
IL SEGNALE CHE NON POSSIAMO IGNORARE
Una recente riflessione pubblicata sulla Nuova Bussola Quotidiana ha richiamato l’attenzione su un fenomeno sempre più visibile: nei più giovani si diffonderebbe una forma di pensiero rigido, dicotomico, incapace di cogliere le sfumature.
Il problema non è la vivacità del dibattito. Il problema è quando l’eccezione viene usata per cancellare la regola, quando il caso particolare diventa il pretesto per negare ogni ordine, quando la realtà non viene più compresa attraverso un ragionamento e un confronto con i fatti, ma viene affrontata solo in modo impulsivo ed emotivo, reagendo agli stimoli del momento senza cercarne il significato.
È un sintomo educativo. Perché pensare significa distinguere. Significa cogliere proporzioni, gerarchie, nessi, differenze. Significa capire che la realtà non è un insieme caotico di impressioni, ma ha una struttura che l’intelligenza può riconoscere.
Se questa capacità si indebolisce, anche la libertà diventa fragile. Perché un ragazzo che non sa giudicare è più esposto agli slogan, alle mode, all’ideologia, alla pressione del gruppo e alla manipolazione digitale.
I NUMERI DI UNA FRAGILITÀ CHE CRESCE
I dati scolastici confermano che la questione non è marginale.
Secondo i risultati OCSE-PISA 2022, tra il 2018 e il 2022 nei Paesi OCSE si è registrato un calo medio molto rilevante nelle competenze degli studenti, in particolare in matematica e lettura. È uno dei segnali più forti del disagio educativo emerso dopo gli anni della pandemia, ma non può essere spiegato soltanto con la pandemia.
Anche i dati INVALSI 2025 descrivono una situazione preoccupante. All’ultimo anno delle superiori, solo una parte degli studenti raggiunge risultati pienamente adeguati in Italiano e Matematica. In altre parole, molti ragazzi arrivano alla soglia della vita adulta senza possedere in modo solido gli strumenti fondamentali per comprendere un testo, ordinare un ragionamento, affrontare un problema.
Qui non si tratta di fare allarmismo. Si tratta di guardare la realtà. Senza lingua non c’è pensiero. Senza pensiero non c’è giudizio. Senza giudizio non c’è libertà.
NON BASTA INFORMARE: BISOGNA EDUCARE
La grande illusione del nostro tempo è credere che l’accesso alle informazioni coincida con la conoscenza.
Un ragazzo può avere in mano uno smartphone, consultare migliaia di contenuti, ricevere risposte immediate, guardare video, leggere sintesi automatiche. Ma questo non significa che sappia pensare.
Anzi, spesso accade il contrario. La velocità sostituisce l’approfondimento. L’emozione prende il posto del giudizio. L’algoritmo orienta l’attenzione. La scuola fatica a insegnare il silenzio, la memoria, la concentrazione, la fatica dello studio.
Il libro “Emergenza Scuola”, promosso da Pro Italia Cristiana, coglie bene questo punto. La crisi educativa non nasce dal fatto che i ragazzi di oggi siano “peggiori” di quelli di ieri. Nasce piuttosto da un cedimento degli adulti, da una cultura che ha smesso di trasmettere certezze, regole, valori, obiettivi credibili.
Benedetto XVI lo aveva detto con parole limpide, parlando di “emergenza educativa”: diventa difficile trasmettere da una generazione all’altra qualcosa di valido e di certo quando una mentalità diffusa mette in dubbio il valore della persona, il significato della verità e del bene, la bontà stessa della vita.
È qui il nodo. La scuola non è solo il luogo in cui si imparano nozioni. È uno dei luoghi (il primo è la famiglia) in cui una civiltà consegna sé stessa ai suoi figli.
LA SCUOLA NON È MAI NEUTRA
Ogni scuola trasmette qualcosa. Anche quando afferma di non volerlo fare.
Trasmette un’idea dell’uomo, della libertà, della verità, della famiglia, della storia, della patria, della religione. Può trasmettere radici oppure sradicamento. Può formare il giudizio oppure abituare alla ripetizione degli slogan. Può educare alla realtà oppure consegnare i ragazzi alle narrazioni dominanti.
Per questo la crisi scolastica non è soltanto tecnica. Non riguarda soltanto programmi, voti, test, graduatorie, tablet o edifici.
Riguarda la trasmissione. Che cosa stiamo consegnando ai nostri figli? Una tradizione viva o un vuoto da riempire con qualsiasi ideologia? Una memoria o una sequenza di contenuti? Un criterio oppure un flusso continuo di stimoli?
Il libro “Emergenza Scuola” insiste proprio su questo punto: il relativismo valoriale colpisce il cuore dell’educazione, perché rende difficile parlare di bene e male, vero e falso, giusto e ingiusto. Ma senza questi riferimenti la scuola non libera. Disorienta.
QUANDO LE RADICI VENGONO CENSURATE
La crisi del pensiero si accompagna a un altro fenomeno: la progressiva rimozione delle radici cristiane dalla scuola.
Canti natalizi modificati per eliminare il nome di Gesù, presepi messi in discussione, simboli religiosi trattati come ostacoli alla convivenza, tradizioni cristiane ridotte a imbarazzo pubblico. Episodi che spesso vengono presentati come gesti di “inclusione”, ma che in realtà producono un effetto preciso: rendere estranea ai ragazzi la cultura da cui provengono.
Un popolo che non trasmette più i suoi simboli educa i propri figli all’amnesia. E un ragazzo senza memoria non è più libero. È più manipolabile.
Non si può capire l’Italia senza il cristianesimo. Non si può comprendere Dante, Manzoni, l’arte, le feste, i paesi, le cattedrali, la lingua, la carità, la concezione della persona, se si recide il legame con la fede che ha plasmato tutto questo.
Quando la scuola rimuove questa eredità, non diventa più neutra. Diventa più povera.
LA RESPONSABILITÀ DEGLI ADULTI
È troppo facile accusare i giovani. Il vero problema è chiedersi che cosa gli adulti stiano facendo.
Molti genitori delegano completamente alla scuola l’educazione dei figli. Molti insegnanti sono lasciati soli. Molte istituzioni parlano di inclusione, innovazione, competenze, ma tacciono sulla domanda più importante: che tipo di uomo vogliamo formare?
La scuola ha bisogno di famiglie presenti. Le famiglie hanno bisogno di strumenti. Gli educatori hanno bisogno di criteri. E tutti hanno bisogno di ritrovare il coraggio di dire che non tutto è uguale, non tutto è indifferente, non tutto è negoziabile.
Educare significa anche indicare una strada. Non imporre un’ideologia, ma testimoniare una verità. Non schiacciare la libertà, ma renderla possibile.
Perché la libertà senza verità diventa capriccio. E il capriccio, prima o poi, diventa dipendenza.
PER QUESTO NASCE “EMERGENZA SCUOLA”
La conoscenza non si trasmette da sola. Passa attraverso adulti, famiglie, insegnanti, libri, esempi, memoria. Passa soprattutto attraverso la scuola, che dovrebbe aiutare i ragazzi a distinguere, giudicare, riconoscere il vero e il bene.
È proprio da questa consapevolezza che nasce il progetto “Emergenza Scuola” di Pro Italia Cristiana: pubblicare e diffondere 10.000 copie di un libro pensato per aiutare genitori, educatori e cittadini a capire che cosa sta accadendo nelle aule italiane.
Non è un semplice libro di denuncia. È uno strumento per comprendere la crisi della trasmissione educativa.
Sostenere questo progetto significa mettere nelle mani delle famiglie uno strumento concreto. Perché se la scuola smette di formare il giudizio, altri formeranno i nostri figli al posto nostro. E non sempre lo faranno per il loro bene.