Islam e laicismo: la doppia crisi che sta indebolendo l’Italia
Il multiculturalismo prometteva una società nella quale culture, religioni e tradizioni differenti avrebbero convissuto pacificamente grazie a un insieme di diritti e regole comuni. Oggi quella promessa mostra crepe sempre più profonde. Ma il problema italiano non riguarda soltanto l’Islam. Riguarda anche un Paese che, mentre chiedeva agli altri di integrarsi, ha progressivamente smesso di sapere in che cosa avrebbero dovuto integrarsi.
IL MULTICULTURALISMO ARRIVA AL SUO LIMITE
È su questo terreno che si colloca la riflessione di Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale pubblicato dal Corriere della Sera il 26 agosto. Per decenni, osserva, una parte dominante della cultura occidentale ha immaginato società non più fondate su una storia e un’identità comuni, ma su culture differenti poste sullo stesso piano e tenute insieme essenzialmente da norme, diritti e tribunali.
Il problema emerge quando una delle culture coinvolte non considera la religione soltanto una questione privata.
Galli della Loggia richiama precisamente il caso dell’Islam: nella tradizione occidentale contemporanea si è affermata la separazione tra coscienza religiosa e ordinamento politico; nell’Islam, invece, religione, diritto, famiglia e società possono costituire parti di un unico sistema normativo.
Da qui la domanda decisiva: «Multiculturalismo e integrazione non sono forse due concetti opposti, tra i quali bisogna scegliere?».
Il problema non riguarda naturalmente ogni musulmano come individuo. Riguarda l’Islam quando pretende di mantenere anche in Europa la propria dimensione politico-giuridica, invece di accettare senza riserve la superiorità dell’ordinamento civile italiano.
Nel maggio 2026 il giurista Francesco Alicino ricordava che in Italia vengono stimati tra 1,5 e 2 milioni di fedeli musulmani e che nessuna organizzazione islamica ha ancora concluso un’Intesa con lo Stato ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione. Tra le difficoltà vi sono proprio la frammentazione delle rappresentanze e il rapporto fra organizzazioni religiose, ordinamento italiano e finanziamenti provenienti dall’estero.
MA L’ITALIA HA ANCHE UN PROBLEMA CON SÉ STESSA
Qui, però, l’analisi di Pro Italia Cristiana deve andare oltre.
Perché sarebbe troppo semplice contrapporre un Islam fortemente identitario a un’Italia semplicemente “laica”. Il vero problema è che la laicità occidentale, trasformandosi progressivamente in laicismo e neutralizzazione della propria tradizione religiosa, ha indebolito proprio la cultura che avrebbe dovuto integrare chi arrivava.
L’Italia chiede agli immigrati di rispettare i “nostri valori”. Ma quali?
La dignità della persona, la libertà della coscienza, la distinzione tra autorità spirituale e potere politico, il matrimonio, la famiglia, la sacralità della vita, la responsabilità personale non sono comparsi dal nulla. Sono cresciuti dentro una civiltà profondamente modellata dal cristianesimo.
Togliere il cristianesimo dall’identità italiana non produce uno spazio neutro. Produce un vuoto.
La studiosa Annie Laurent, già chiamata da Benedetto XVI come relatrice al Sinodo del 2010, aveva individuato anni fa proprio questo paradosso: «Dopo aver abbandonato la nostra eredità cristiana, non siamo in grado di trasmettere ai musulmani quello che abbiamo di migliore».
Ed è qui che multiculturalismo e secolarizzazione finiscono per alimentarsi reciprocamente.
DUE SFIDE, UNA SOLA DEBOLEZZA
Pochi giorni prima dell’editoriale di Galli della Loggia, anche mons. Marian Eleganti, vescovo emerito di Coira, aveva affrontato il problema dalle pagine della Nuova Bussola Quotidiana.
La sua diagnosi netta è che: «L’islam non sia integrabile nei nostri sistemi politici plasmati dal cristianesimo». Il riferimento è all’Islam inteso come sistema che non separa pienamente religione e ordinamento pubblico. Ma Eleganti aggiunge un elemento essenziale: sul versante opposto esiste il «modernismo neoilluminista», anch’esso capace di mettere ai margini l’identità cristiana dell’Europa.
È precisamente la tenaglia dentro cui si trova oggi l’Italia.
Da una parte, comunità islamiche che possono conservare una fortissima identità religiosa, culturale e comunitaria.
Dall’altra, una società italiana alla quale viene ripetuto da decenni che la propria identità deve diventare sempre più debole, privata, relativizzata per non risultare “escludente”.
È una formula destinata a fallire.
Non si integra qualcuno dentro il nulla. E una società che considera tutte le culture equivalenti finisce inevitabilmente per favorire quelle che credono maggiormente in sé stesse.
L’INTEGRAZIONE RICHIEDE UN’IDENTITÀ
Per questo la soluzione non può essere né la demonizzazione delle persone né la cancellazione delle differenze.
Integrare significa invece affermare con chiarezza che chi sceglie l’Italia entra in una comunità storica precisa, con una lingua, una cultura, un diritto e una concezione della persona plasmati nei secoli anche e soprattutto dal cristianesimo.
Significa garantire tolleranza religiosa, ma rifiutare ordinamenti paralleli.
Significa rispettare il musulmano come persona, senza per questo considerare intoccabile ogni principio dell’Islam.
E significa soprattutto smettere di credere che per convivere con identità forti l’Italia debba cancellare la propria.
Il multiculturalismo ci aveva promesso che per vivere insieme bastassero regole comuni. La realtà sta mostrando qualcosa di diverso: una società può integrare soltanto se possiede qualcosa nel quale integrare.
Se l’Italia continuerà a recidere il legame con la propria storia cristiana, la domanda non sarà soltanto se l’Islam riuscirà a integrarsi. Sarà molto più radicale: che cosa resterà dell’Italia dentro cui dovrebbe integrarsi?