La libertà della Chiesa in Cina e il paradosso del consenso internazionale

La libertà della Chiesa in Cina e il paradosso del consenso internazionale

Un Paese può diventare più popolare agli occhi dell’opinione pubblica e, nello stesso tempo, lasciare irrisolto il problema delle libertà al proprio interno. È la contraddizione che emerge dalla Cina: mentre la gestione delle comunità cattoliche resta strettamente intrecciata alle direttive statali, un sondaggio internazionale fotografa un giudizio più favorevole su Pechino rispetto a Washington in diversi Paesi. In Italia, il 51% degli intervistati guarda favorevolmente alla Cina, contro il 31% che esprime lo stesso giudizio sugli Stati Uniti. Il dato riguarda però la reputazione internazionale: non certifica il grado di libertà religiosa.

IL CONSENSO NON COINCIDE CON LA LIBERTÀ

L’indagine del Pew Research Center, condotta in 36 Paesi, mostra che soltanto in nove casi i giudizi favorevoli sugli Stati Uniti superano quelli sulla Cina. In Italia il rapporto si è rovesciato rispetto al 2023: allora il 60% esprimeva un’opinione positiva sugli Stati Uniti e il 36% sulla Cina. 

Il vantaggio cinese è particolarmente ampio in Pakistan, dove il 90% degli intervistati esprime un giudizio favorevole sulla Cina contro il 15% sugli Stati Uniti, e in Indonesia, con il 72% contro il 29%. In Europa il divario è più contenuto: in Spagna è del 54% contro il 30%, in Francia del 36% contro il 27%, in Germania del 27% contro il 19%.

Anche la percezione delle libertà personali è cambiata. In Italia la quota di persone convinte che in Cina esse siano garantite è salita dal 9% al 15% tra il 2023 e il 2026; per gli Stati Uniti è scesa dal 64% al 39%. Sono numeri sulle opinioni, non una misurazione delle libertà effettivamente esercitate. Per la Chiesa cattolica la domanda resta quindi distinta: chi decide la sua organizzazione e quali margini conserva quando una decisione religiosa entra in conflitto con una direttiva politica?

NOMINE EPISCOPALI: DUE VERSIONI DELLO STESSO ACCORDO

Tra luglio e settembre 2026 quattro nuovi vescovi sono stati ordinati in Cina. Secondo la ricostruzione di Sandro Magister, pubblicata su Diakonos, si tratta delle prime ordinazioni maturate interamente durante il pontificato di Leone XIV. 

Le nomine si collocano nell’accordo riservato firmato nel 2018 tra la Santa Sede e Pechino, prorogato fino al 2028. Il punto critico non è soltanto il contenuto dell’intesa, che non è pubblico, ma il modo in cui viene raccontata dalle due parti. La Santa Sede annuncia l’ordinazione e indica la nomina pontificia; l’Associazione patriottica dei cattolici cinesi attribuisce invece la scelta al Consiglio dei vescovi cinesi, senza menzionare il Papa.

In teoria il Pontefice può respingere una candidatura proposta dalle autorità cinesi. Diakonos osserva però che, dall’entrata in vigore dell’accordo, non risulta alcun rifiuto. La designazione di Giuseppe Shen Bin a Shanghai, avvenuta senza un previo annuncio concordato con Roma secondo la ricostruzione della stessa testata, rimane l’esempio più evidente della tensione tra la procedura prevista e la prassi politica. Roma ha poi accettato la nomina.

CHIFENG E IL LESSICO DELL’OBBEDIENZA

Il caso di Giuseppe Chang Yanfeng, ordinato vescovo di Chifeng nella Mongolia Interna, permette di osservare il problema dal livello locale. La regione è segnata da una lunga immigrazione di popolazione Han; secondo i dati riportati nell’articolo di Diakonos, gli abitanti di etnia mongola sono ormai meno di un quinto. Nel frattempo, le autorità spingono verso l’unificazione culturale e linguistica, compreso l’uso del mandarino nella scuola.

Il 30 giugno, quando la nomina papale non era ancora stata resa pubblica, Chang Yanfeng ha preso parte a una riunione con rappresentanti della diocesi e funzionari politici. Il resoconto ufficiale collegava il lavoro pastorale alle priorità etniche e religiose della “nuova era” e richiamava unità nazionale, conoscenza del diritto e disciplina dei fedeli.

Il rilievo dell’episodio sta nel linguaggio: la vita diocesana viene descritta anche attraverso categorie proprie dell’amministrazione statale. Il problema dell’autonomia non riguarda dunque solo la firma di un accordo, ma la possibilità concreta per un pastore di stabilire priorità diverse da quelle fissate dal potere politico.

UNA MEMORIA ECCLESIALE INCANALATA DAL POTERE

Un secondo indizio arriva dalla memoria storica. Alla fine di agosto, a Wuhan, è stato inaugurato un museo dedicato alle opere patriottiche e cattoliche di Dong Guangqing. Nel 1958, durante il governo di Mao Zedong, Dong era diventato il primo vescovo ordinato in Cina senza il mandato della Santa Sede.

Alla cerimonia hanno partecipato Giuseppe Shen Bin, presidente del Consiglio dei vescovi cinesi, e Giuseppe Li Shan, vescovo di Pechino e presidente dell’Associazione patriottica. Dong Guangqing è stato presentato come un precursore dell’indipendenza e dell’autogestione della Chiesa cinese. Un museo analogo era già stato aperto a Pechino nel 2023; un altro è previsto a Shanghai.

L’iniziativa può essere letta come qualcosa di più di una celebrazione locale: un episodio nato dalla rottura con Roma viene inserito nella storia ufficiale della Chiesa nazionale. La memoria, in questo modo, diventa un altro terreno sul quale si definisce l’idea di autonomia religiosa.

HONG KONG: I COSTI DEL DISSENSO CATTOLICO

A Hong Kong la questione assume una forma più direttamente giudiziaria. Il 3 settembre è stata confermata la condanna emessa nel 2022 nei confronti del cardinale Giuseppe Zen Ze-kiun, per una vicenda legata alla raccolta di fondi destinati a manifestanti detenuti o feriti durante le proteste di massa del 2019 iniziate contro il progetto di legge sull’estradizione e poi trasformatesi in una più ampia mobilitazione pro-democrazia. Rimane inoltre sullo sfondo un’accusa di collusione con potenze straniere, che secondo la ricostruzione citata non è stata archiviata.

Il 22 agosto sono stati condannati Chow Hang-tung e Lee Cheuk-yan, esponenti dell’opposizione democratica convertiti al cattolicesimo, per un reato di incitamento. Il 20 marzo Jimmy Lai, imprenditore cattolico e figura del movimento democratico di Hong Kong, ha ricevuto una condanna definitiva a 20 anni di carcere. Questi procedimenti appartengono alla più ampia stretta sulla sicurezza nazionale, ma mostrano anche quanto possa diventare costoso per un cattolico esercitare un ruolo pubblico e assistere persone colpite dalla repressione.

DIALOGO INTERRELIGIOSO E USO POLITICO DEL CONFUCIANESIMO

Tra il 4 e il 5 agosto, all’Università cattolica di Sogang a Seul, si è svolto il primo dialogo formale tra rappresentanti cristiani e confuciani. Il Dicastero per il Dialogo interreligioso era rappresentato dal cardinale George Koovakad. La dichiarazione congiunta ha insistito su amicizia, educazione, responsabilità morale, dignità della persona e collaborazione di fronte alle crisi contemporanee, come riferisce Vatican News.

Diakonos nota che il documento non affronta l’uso politico del confucianesimo da parte delle autorità cinesi.  In un editoriale pubblicato su AsiaNews, Gianni Criveller ha descritto il recupero del confucianesimo da parte di Xi Jinping come un elemento del nazionalismo e della sinicizzazione, in contrasto con l’ostilità che gli aveva riservato Mao. 

UNA REPUTAZIONE POSITIVA NON È UNA GARANZIA

Le vicende delle nomine, della memoria ecclesiale e di Hong Kong si collocano su un piano diverso da quello misurato dal Pew Research Center. Un sondaggio può registrare il favore verso un Paese; non può stabilire se una diocesi sia libera di organizzarsi, se un vescovo possa dissentire dalle autorità o se un credente possa assistere un detenuto senza esporsi a conseguenze penali.

Il dialogo diplomatico può avere un valore, ma non dovrebbe sostituire la trasparenza sulle regole e la tutela delle persone. La libertà religiosa non diventa meno importante quando cresce la popolarità internazionale di chi la limita: proprio allora è necessario distinguere la reputazione di uno Stato dalla libertà concreta delle sue comunità.

 

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