Moschee a Mestre e identità della città
Da oltre tre anni Mestre è al centro di un confronto sui luoghi di culto islamici. Nel 2023 l'associazione Ittihad ha preso in affitto un ex supermercato di via Piave, destinato ad attività commerciale, e lo ha trasformato prima in centro culturale e poi in luogo stabile di preghiera. Il Comune di Venezia, constatata la mancanza del necessario cambio di destinazione d'uso, ne ha disposto la chiusura. Da qui sono nati i ricorsi al Tar, al Consiglio di Stato e infine alla Cassazione.
Mentre questa battaglia giudiziaria giungeva al suo ultimo passaggio, un'altra associazione della comunità bengalese rilanciava un progetto molto più vasto: un complesso islamico vicino alla stazione, con una moschea per 1.500 persone e un investimento stimato intorno ai 15 milioni di euro. È in questo quadro che, il 7 settembre 2026, è stata resa nota l'ordinanza delle Sezioni Unite che ha dichiarato inammissibile il ricorso di Ittihad. Le due vicende sono distinte, ma insieme pongono una domanda che va ben oltre l'urbanistica: quale volto culturale e civile vuole conservare Mestre mentre accoglie comunità nuove?
LA LIBERTÀ VIVE DENTRO UN ORDINE
Dopo il ricorso al Tar e la conferma del Consiglio di Stato nell'aprile 2025, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno dichiarato inammissibile il successivo ricorso dell'associazione. Resta quindi l'obbligo di riportare l'immobile alla sua destinazione commerciale. La libertà di culto, pur essendo costituzionalmente garantita, non autorizza la trasformazione stabile di un edificio senza il rispetto delle norme urbanistiche ed edilizie. Nel caso concreto mancavano requisiti relativi, fra l'altro, agli accessi, ai parcheggi, ai servizi igienici e all'accessibilità.
La decisione è importante perché respinge un equivoco sempre più diffuso: presentare ogni limite come una discriminazione e ogni regola come un ostacolo alla libertà. La legge, quando difende l'ordine della città e si applica a tutti, non perseguita nessuno. Impedisce piuttosto che una rivendicazione particolare si collochi al di sopra del bene comune.
DUE VICENDE E UNA SOLA TRASFORMAZIONE
Il pronunciamento è stato reso noto il 7 settembre. Soltanto sei giorni prima il Corriere del Veneto aveva raccontato il rilancio della raccolta fondi per un altro complesso islamico, di dimensioni assai maggiori. L'associazione Giovani per l'Umanità ha acquisito, attraverso una compravendita con riserva di proprietà, un'area di circa ottomila metri quadrati nei pressi della stazione di Mestre, per un valore di 1,5 milioni di euro.
Il progetto prevede una moschea capace di accogliere fino a 1.500 persone, affiancata da un centro culturale, dalla casa dell'imam e da un ristorante. Le volumetrie ipotizzate raggiungono i 10-12 mila metri cubi e l'edificio potrebbe arrivare a 15 metri di altezza. Il costo definitivo non è ancora stabilito, ma le prime stime parlano di un investimento complessivo nell'ordine dei 15 milioni di euro.
Anche la raccolta fondi rivela l'ampiezza dell'iniziativa. I promotori annunciano migliaia di volantini e contributi provenienti sia dall'Italia sia dall'estero, assicurandone la rendicontazione. Una donazione di mille euro viene simbolicamente associata a un metro quadrato di terreno, con la promessa di inserire il nome del benefattore nel futuro edificio. Tra gli esempi resi pubblici figurano un imprenditore che avrebbe versato 33 mila euro e un ragazzo di quattordici anni che ha offerto i 50 euro a sua disposizione.
Non vi è nulla di illecito, in sé, nell'organizzare una raccolta fondi. Tuttavia, la scala economica dell'operazione, il possibile apporto di capitali stranieri e la funzione religiosa, culturale e sociale del complesso impongono piena trasparenza. La città ha il diritto di conoscere la provenienza dei finanziamenti, la struttura di governo dell'ente, gli orientamenti trasmessi e i legami con organizzazioni estere.
GLI EDIFICI CAMBIANO ANCHE I COSTUMI
Un grande centro religioso non è un contenitore neutro. Ogni edificio destinato al culto esprime una visione dell'uomo, della famiglia e della società; forma abitudini, crea legami, orienta una comunità. Per secoli le chiese, i campanili, le confraternite e le opere di carità hanno dato forma alle città italiane perché erano l'espressione visibile della loro anima cristiana.
Per la stessa ragione, un complesso islamico di queste proporzioni non può essere valutato come un semplice intervento immobiliare. Esso diventerebbe un polo di formazione, aggregazione e influenza capace di incidere sul quartiere e, nel tempo, sull'intera città. Riconoscere questo dato non significa negare la dignità delle persone di religione islamica né alimentare ostilità. Significa rifiutare l'idea che l'integrazione richieda alla società ospitante di rendersi culturalmente anonima.
Una civiltà viva non è una somma casuale di gruppi che condividono strade e servizi. È un ordine di principi, leggi, costumi, simboli e memorie. Può accogliere chi viene da lontano soltanto se conserva la consapevolezza di ciò che è e chiede a chi arriva di rispettarlo. Quando invece teme di nominare le proprie radici, l'accoglienza degenera facilmente in una rinuncia unilaterale.
INTEGRARE SIGNIFICA ACCETTARE IL BENE COMUNE
L'assessore veneziano alla Coesione sociale Linda Damiano ha ricordato che una comunità desiderosa di essere riconosciuta e integrata deve dimostrare di condividere i principi fondamentali della nostra società, a cominciare dalla libertà delle donne. Ha concluso con parole nette: «Non è una questione di religione, ma di civiltà».
Il punto è esatto, purché se ne colga tutta la portata. L'integrazione non consiste soltanto nel rispettare il Codice penale o nel presentare pratiche edilizie corrette. Richiede lealtà verso l'ordinamento italiano, rispetto della dignità della donna, libertà educativa delle famiglie, rifiuto di ogni intimidazione religiosa, uso della lingua italiana e volontà di non creare società parallele. Richiede inoltre il riconoscimento della storia cristiana che ha plasmato l'Italia e che non può essere trattata come un residuo da nascondere per non urtare nessuno.
Il rispetto dovuto a ogni persona non obbliga a considerare equivalenti tutte le concezioni religiose e sociali, né impedisce di giudicarne gli effetti sul bene comune. Una società che non distingue più ciò che la consolida da ciò che può disgregarla ha già rinunciato alla propria funzione educativa e politica.
LA SENTENZA È UN LIMITE MA NON UNA RISPOSTA COMPLETA
La decisione della Cassazione pone dunque un limite necessario: le norme non diventano negoziabili quando viene invocata la libertà religiosa. Sarebbe però miope fermarsi a questa vittoria giuridica. Il progetto da circa 15 milioni di euro obbliga l'amministrazione e i cittadini a discutere apertamente delle conseguenze urbanistiche, finanziarie, educative e culturali di un centro capace di ospitare 1.500 persone.
Prima di qualsiasi autorizzazione occorrono garanzie verificabili sulla trasparenza dei fondi, sull'autonomia da poteri stranieri, sul contenuto delle attività formative, sul rispetto effettivo della dignità delle donne e sulla prevenzione di comunità chiuse. Anche il tema della reciprocità nella libertà religiosa, spesso ignorato nel dibattito europeo, merita di essere posto con serietà.
La domanda decisiva non è se i musulmani possano pregare: tale diritto è riconosciuto dall'ordinamento. La domanda è se Mestre intenda governare la propria trasformazione o subirla, custodendo la propria identità oppure dissolvendola in nome di una neutralità senza memoria. La Cassazione ha ricordato che anche i muri devono rispettare un ordine. Ora spetta alla politica dire quale civiltà quei muri dovranno servire.
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