«Non c’era la paura di rubare»: la festa del saccheggio sotto il Duomo
«Dovevamo solo andare in Duomo». Così un ventenne racconta al Corriere della Sera la chat Telegram in cui era stato aggiunto tra sabato 17 e domenica 18 ottobre: altri avrebbero spaccato le vetrine, loro avrebbero preso «le scarpe Nike e le felpe».
Il Tribunale per i minorenni di Milano conta 35 minori arrestati per i disordini: 31 non avevano precedenti. Non una banda di professionisti, ma ragazzi qualunque per i quali, raccontano, «non c’era la paura di rubare». Chi gliel’ha tolta?
IL LADRO DELLA PORTA ACCANTO
Età media 15-16 anni, 25 nati in Italia, 17 cognomi italiani e 18 stranieri: figli di italiani e di immigrati hanno risposto allo stesso richiamo. Sotto i cappucci neri, quasi sempre, non c’è un delinquente abituale.
C’è il quindicenne di Vimodrone, seconda superiore, calcio e fidanzata, fermato in piazza del Duomo: «sembrava un grande evento come i video musicali». Poi, sull’auto della polizia, la vergogna: «in casa mia queste cose non si fanno. I miei genitori non sapevano neanche che fossi andato lì».
Quel ragazzo sa ancora che a casa sua non si ruba. Ma quella sera i suoi genitori non sapevano nemmeno dove fosse.
Un altro, classe 2009, di Lambrate, dice tutto in una frase: «Di solito se rubi non ti vuoi far vedere, qui invece era un gioco a chi si faceva filmare di più».
Ecco la vera novità. Il ladro di una volta sapeva di fare il male e si nascondeva. Questi rubano davanti alla telecamera, come in un gioco, senza sospettare che il furto abbia a che fare con la coscienza. È il raccolto di anni in cui a una generazione si è ripetuto che ogni desiderio è un diritto. Sotto i video della rivolta, riporta un’altra inchiesta del Corriere, c’è chi lo scrive senza pudore: «facciamo tutto quel che vogliamo, perché ce lo meritiamo».
UNA FESTA IN CUI TUTTO È PERMESSO
Perché di festa si è trattato. Uno Spiderman incappucciato acclamato come un eroe tra i lacrimogeni, balli sulla trap davanti ai blindati, pose davanti alle vetrine sfondate. Il programma lo riassume un profilo social: «i soldi fanno la felicità e chi dice il contrario mente».
A Parigi, dove la sommossa non si ferma, il corrispondente del Corriere descrive «una specie di festa, in cui tutto è permesso». Alcune ragazze entrano in una farmacia devastata in cerca di creme: «Tanto sono assicurati». La farmacista, Audélia Sitbon, piange: «il lavoro di una vita non esiste più». Distrutto anche il frigorifero con un farmaco da 13 mila euro destinato a un malato.
Ecco che cosa protegge il comandamento «non rubare»: non semplicemente una merce, ma il frutto di una vita di lavoro e perfino la salute di chi soffre. Per questo la civiltà cristiana lo ha sempre custodito come un pilastro.
E ogni festa dice che cosa si ama. Meno di un mese prima, ha ricordato l’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich, la città aveva accolto papa Leone XIV «con gioia e concordia». A poche settimane di distanza, la stessa capitale ha festeggiato il Vicario di Cristo e il saccheggio. Nella prima festa la folla alzava gli occhi; nella seconda li tiene fissi sulle vetrine, dove tutto si riduce a ciò che si può portare via.
CHI PREDICA IL FURTO NON FINISCE IN QUESTURA
E gli adulti? Davanti al video di alcuni ragazzi che regalavano a un senzatetto vestiti appena rubati in zona Duomo, Raffaele Giuliani, «filosofo-influencer» da mezzo milione di follower, ha commentato con l’emoticon di un abbraccio: «Esproprio proletario».
Sul fronte ecclesiastico non va meglio. Secondo La Nuova Bussola Quotidiana, che riprende i suoi commenti al Corriere della Sera, il vicario episcopale dell’arcidiocesi di Milano, mons. Luca Bressan, pur definendo sbagliata la violenza, ha visto addirittura un richiamo del sacro nella scelta di piazza Duomo come teatro delle devastazioni, accostando i tumulti a Gesù che scaccia i mercanti dal tempio. Ma Cristo rovesciò i banchi per restituire il tempio alla preghiera: qui la merce è stata portata via, e la piazza della cattedrale è servita da sfondo ai video.
Il ragazzo che porta via una felpa finisce, giustamente, in Questura. Chi lo chiama «esproprio proletario» continua a parlare a mezzo milione di persone. La chat, racconta il ventenne, presentava tutto «come se il reato fosse solo di chi spaccava le vetrine e non di chi prendeva la roba». Gli adulti ripetono il trucco un gradino più su: la colpa è di chi ruba, mai di chi insegna che rubare è giusto.
Eppure, parole limpide esistono. Mons. Ulrich le ha pronunciate: «In nessun caso, sotto nessun pretesto, la violenza cieca, che ferisce, ruba e incendia, può essere una risposta legittima». È il linguaggio che i fedeli hanno il diritto di sentire dai loro pastori.
QUALCUNO LI HA CHIAMATI. E TORNERÀ A FARLO
Chi ha creato la chat? «Non ho idea», risponde il ventenne. Poi è «scomparsa domenica sera». Un diciottenne ricorda che dentro erano «forse mille»; su TikTok rimbalzava il segnale: «Nike arriviamo». Chi ci sia dietro, nessuno oggi può dirlo. Ma una gioventù senza bussola morale risponde a chiunque abbia un telefono e un’esca da offrire.
E il copione non è chiuso. Online viaggia l’invito a una «Gen Z Revolution il 24 a Barcellona, ogni nazione, ogni città, la stessa lotta». In Francia si è già varcata la soglia successiva: nel mirino, dopo le boutique, ci sono le case. A Parigi un abitante che aveva cercato di fermare i ladri dalla finestra si è visto sfondare a calci il portone del palazzo. Non avere un negozio non basta più a sentirsi al riparo.
La tentazione è guardare tutto come lo guardavano quei ragazzi da casa: su uno schermo, come un video che non ci riguarda. Finché la vetrina in frantumi non è la nostra.
«Tanto sono assicurati», dicevano a Parigi entrando nella farmacia devastata. Ma nessuna polizza risarcisce una generazione a cui non si insegna più che rubare è peccato. Quella garanzia la firmano le famiglie, le scuole, i pastori che non tacciono.