Pakistan, assolti gli assassini dei coniugi cristiani bruciati vivi
La Corte Suprema del Pakistan ha assolto gli ultimi tre imputati ancora condannati per il brutale assassinio dei coniugi cristiani Shahzad Masih e Shama Bibi, incinta del loro quinto figlio, uccisi nel novembre 2014 dopo una falsa accusa di blasfemia. Con questa decisione, a quasi dodici anni dai fatti non resta alcun responsabile condannato per uno dei più drammatici episodi di violenza anticristiana della storia recente del Paese.
LA VICENDA CHE HA SCOSSO IL PAKISTAN
Secondo quanto riportato da AsiaNews, Shahzad e Shama lavoravano in una fornace di mattoni a Kot Radha Kishan, nel distretto di Kasur, quando furono accusati di aver profanato il Corano. L'accusa si diffuse rapidamente e una folla inferocita prese d'assalto la coppia.
I due vennero picchiati, torturati e infine bruciati vivi nella stessa fornace dove lavoravano. L'episodio suscitò indignazione internazionale e divenne uno dei simboli della vulnerabilità delle minoranze religiose nel Paese.
Dopo una lunga vicenda giudiziaria, la Corte Suprema ha stabilito che le prove raccolte dall'accusa non erano sufficienti per dimostrare la responsabilità degli imputati oltre ogni ragionevole dubbio, annullando così anche le ultime condanne ancora in vigore.
UNA LEGGE CHE CONTINUA A DIVIDERE
Il caso riporta inevitabilmente al centro dell'attenzione la controversa normativa pakistana sulla blasfemia.
Come ricordava già anni fa AsiaNews, il presidente Pervez Musharraf aveva riconosciuto il rischio che questa legislazione venisse utilizzata per colpire persone innocenti e aveva chiesto una revisione delle norme. La Conferenza Episcopale cattolica del Pakistan accolse con favore quella proposta, definendola una richiesta avanzata da tempo dalle organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani.
Tuttavia, le riforme auspicate non sono mai giunte a compimento e numerosi movimenti islamici hanno continuato a opporsi a qualsiasi modifica della normativa.
I NUMERI DI UN FENOMENO PREOCCUPANTE
Il quadro delineato da Tempi mostra come il problema non riguardi soltanto singoli episodi.
Una commissione del Senato pakistano, dopo aver esaminato 333 casi, ha concluso che nella maggioranza delle situazioni le accuse di blasfemia risultano inventate, spesso originate da vendette personali, controversie economiche o conflitti familiari.
I dati riportati sono altrettanto significativi.
Tra il 1987 e il 2023 sono stati registrati 2.449 procedimenti per blasfemia.
Nel solo 2024 le nuove accuse sono state 475, mentre i detenuti incarcerati per questo reato sono passati dagli 11 del 2020 ai 767 del 2024.
Negli ultimi trent'anni, inoltre, 109 persone accusate di blasfemia sono state uccise da folle inferocite prima ancora della conclusione di un processo.
Pur rappresentando circa l'1% della popolazione, i cristiani costituiscono una quota molto elevata delle vittime delle violenze collegate a queste accuse.
QUANDO LA VIOLENZA VIENE EVITATA
Non tutti gli episodi recenti hanno avuto però un esito tragico.
Secondo quanto riferito da Vatican News, il 9 luglio scorso a Karachi nuove accuse infondate contro una famiglia cristiana rischiavano di provocare un'altra esplosione di violenza.
In quell'occasione il rapido intervento delle autorità locali, della polizia, di leader religiosi musulmani e della Commissione cattolica Giustizia e Pace impedì che la protesta degenerasse in un nuovo attacco contro l'intera comunità cristiana.
Naeem Yousaf Gill ha tuttavia ricordato che «la comunità cristiana si sente indifesa e vulnerabile», perché ogni nuova accusa rischia di trasformarsi rapidamente in un pericolo collettivo.
UNA FERITA ANCORA APERTA
Anche in passato autorevoli voci internazionali avevano denunciato i limiti della normativa.
Dopo gli attacchi contro le chiese di Sangla Hill, devastate da circa duemila persone in seguito a un'altra presunta blasfemia, l'allora capo della chiesa anglicana osservò che il problema non consisteva soltanto nell'esistenza della legge, ma nel fatto che essa fosse formulata in modo tale da consentire «violenze arbitrarie» sulla base di semplici accuse.
La vicenda di Shahzad e Shama continua oggi a essere ricordata come uno dei casi più emblematici delle difficoltà incontrate dalle minoranze religiose nel vedere garantita un'effettiva tutela davanti alla legge.
Dodici anni dopo quel duplice omicidio, il procedimento giudiziario si è concluso. Rimane però una domanda che va oltre il destino processuale dei singoli imputati: come può esistere una vera giustizia quando un'accusa infondata è sufficiente a mettere in pericolo un'intera comunità religiosa?