Proteggiamo i nostri figli dai nuovi mostri online!

Proteggiamo i nostri figli dai nuovi mostri online!

I nostri figli sono facili prede per i mostri online.

Lo sospettavamo già, ma ora lo hanno confermato le due sentenze emesse nei giorni scorsi da due distinti tribunali americani.

Le accuse sono gravissime ed il risarcimento danni richiesto sfiora i 400 milioni. Una cifra, peraltro, potenzialmente destinata ad aumentare.

Meta, il colosso di Mark Zuckerberg che gestisce Facebook, Instagram e WhatsApp, sapeva di danneggiare i propri utenti minorenni, eppure non ha consapevolmente fatto nulla per intervenire.

Come è possibile? È molto semplice. Queste piattaforme sono state progettate appositamente per massimizzare il tempo di permanenza e generare dipendenza.

Sono stati favoriti meccanismi di fruizione compulsiva come la riproduzione automatica dei video, l’infinite scroll, i suggerimenti algoritmici ed i filtri per modificare le foto.

Il tutto, però, senza curarsi minimamente delle conseguenze. I danni, tutti documentati, sono stati pesantissimi, specialmente per i ragazzini.

Moltissimi di loro hanno avuto accesso a contenuti inopportuni, violenti o pornografici, oppure sono divenuti vittime di predatori sessuali.

Non a caso i tassi di ansia, depressione e pensieri suicidi tra minori hanno subìto negli ultimi anni un’impennata senza precedenti.

Mark Zuckerberg in persona ha dovuto riconoscere che i sistemi di controllo non hanno funzionato come previsto e che Meta è intervenuta troppo tardi.

L’algoritmo, insomma, non è neutro e chi lo ha costruito in quel modo ora ha finalmente dovuto risponderne in tribunale.

Dobbiamo fermare questo squallido mercato, anche in Italia! Come? Firmando la petizione «Proteggiamo i nostri figli sui social!», promossa da Pro Italia Cristiana.

È indirizzata a Giacomo Lasorella, presidente dell’AGCOM-Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, principale coordinatore dei servizi digitali nel nostro Paese.

Gli chiediamo di verificare che da noi i social media non favoriscano meccanismi di fruizione compulsiva e non espongano gli utenti minorenni al pericolo di dipendenze e adescamenti online.

È necessario però sostenere quest’iniziativa con una vasta campagna di sensibilizzazione, servendoci proprio dei social come strumento, questa volta, per raggiungere tanti in poco tempo.

È molto importante per tutelare dal punto di vista psicologico, morale ma soprattutto spirituale i nostri figli!

Sai come si sia arrivati a quelle due sentenze? Vogliamo presentarti entrambi i processi, affinché tu stesso possa fartene un’idea.

Nel primo caso una giuria popolare di Los Angeles ha giudicato il caso di Kaley G. M., oggi ventenne, ma minorenne all’epoca dei fatti.

Kaley ha iniziato ad usare YouTube a 6 anni e Instagram a 11. Nonostante la giovanissima età, non ha incontrato alcun ostacolo al momento della registrazione. E già questo è sconcertante…

Pian piano si è iscritta anche ad altre piattaforme, entrando così in una spirale di vera e propria dipendenza, che le ha stravolto l’esistenza.

Dopo i primi segnali di ansia e depressione, manifestatisi all’età di dieci anni e diagnosticati ufficialmente quando era adolescente, è peggiorata sino a giungere a episodi di autolesionismo.

Ha smesso di interagire con la sua famiglia e con gli amici. Trascorreva 16 ore al giorno incollata allo smartphone!

Le è stata riconosciuta una pesante forma di dismorfofobia, disturbo che causa una forma di disagio verso il proprio aspetto fisico, cogliendovi difetti inesistenti.

ByteDance e Snap hanno deciso, già nelle prime fasi di questo maxi-processo, di patteggiare. Meta per Instagram e Google per YouTube, invece, han scelto di andare in tribunale.

La giuria popolare le ha ora condannate rispettivamente a risarcire un danno di 4,2 milioni di dollari la prima e di altri 1,8 milioni la seconda.

In una successiva seduta verranno quantificati anche i “danni punitivi”. L’ammontare complessivo comunque si conoscerà solo al termine di una class action con 1.600 querelanti.

Il secondo caso nasce, invece, da un’inchiesta sotto copertura condotta nel New Mexico da un Procuratore specializzato nel contrasto alla pedofilia.

Nel 2023 questi ha creato profili fittizi di ragazzini di meno di 13 anni, età quindi nella quale non avrebbero neppure dovuto e potuto avere un proprio profilo.

Nonostante le garanzie sulla sicurezza assicurate a parole, questi “finti” minori sono stati raggiunti da immagini sessualmente esplicite e contattati da adulti con l’intento di adescarli.

L’inchiesta, a questo punto, ha condotto all’arresto di tre individui, accusati di pedofilia. Ma ha anche fatto emergere documenti interni a Meta dal contenuto assolutamente esplosivo.

In uno di questi, ad esempio, si stimava che circa 100 mila bambini ogni giorno fossero soggetti a molestie sessuali sulle piattaforme dell’azienda.

In un altro un dirigente avvertiva i vertici di Instagram che questi social servono fondamentalmente ai malintenzionati per individuare le proprie vittime.

Con la sentenza l’azienda è stata condannata a pagare 375 milioni di dollari per non aver tutelato gli utenti minorenni dai predatori sessuali.

La cifra complessiva, che Meta dovrà sborsare sfiora, dunque, i 400 milioni di dollari, ma non è un problema per un’azienda che macina oltre 80 miliardi all’anno di profitti.

Meta, assieme a Google, ha prevedibilmente annunciato ricorso, ma non potrà più usare la Section 230 come scudo per garantirsi un’ingiusta immunità.

La Section 230 è la normativa che, negli Stati Uniti, ritiene i social non responsabili dei contenuti prodotti da terzi.

In questo caso, però, i tribunali non hanno condannato i comportamenti degli utenti, bensì quelli dei dirigenti delle piattaforme, che non hanno tenuto conto dei danni arrecati, pur conoscendoli.

Il prossimo 4 maggio il giudice del New Mexico, stavolta senza giuria, dovrà stabilire se obbligare Meta a cambiare i propri algoritmi per tutelare i bambini.

Ed in estate partirà un grande processo federale, che incorpora oltre 2.400 procedimenti contro i social media, tra cui quello della città di New York.

Insomma, è il momento propizio per alzare la voce anche in Italia e pretendere più garanzie per difendere gli utenti minorenni da contenuti inopportuni e adescamenti online!

Proteggiamo i nostri figli dai mostri online!

 

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