Quando tutto crolla, la fede e la speranza restano: la testimonianza di una madre a Gaza
Ci sono luoghi del mondo in cui essere cristiani significa vivere ogni giorno sotto minaccia. La Striscia di Gaza è uno di questi!
Qui la comunità cristiana è minuscola, fragile, schiacciata da una violenza che non risparmia nessuno ma che, per chi è minoranza, diventa ancora più dura: chiese colpite, famiglie sfollate, scuole chiuse, ospedali al collasso.
I cristiani di Gaza vivono intrappolati in una terra ferita, dove la paura è quotidiana e il futuro sembra cancellato. Sono nostri fratelli e sorelle nella fede, spesso dimenticati, costretti a resistere nel silenzio.
Eppure, anche in mezzo a questo orrore, la vita a volte riesce a farsi strada.
A volte accadono storie che non cancellano il dolore, ma lo attraversano. Storie che non negano la violenza, ma la sfidano. Storie che ci ricordano perché non possiamo voltare lo sguardo.
Una di queste storie ci arriva direttamente da Teresa, collaboratrice dell’Associazione Pro Terra Sancta, con cui abbiamo più volte camminato fianco a fianco per sostenere i cristiani perseguitati in Terra Santa: dalla raccolta fondi per la mensa di Aleppo, fino al sostegno alle scuole di Knaye e Yacoubieh in Siria.
È una testimonianza che nasce sul campo, tra le macerie, e che parla di ciò che resta quando tutto sembra perduto.
La vita prima di tutto
Andiamo in Palestina, in un piccolo ospedale di Gaza danneggiato e sovraccarico. In corsia si corre contro il tempo: luci al neon che tremano, rumori che arrivano da fuori, odore di disinfettante mescolato alla polvere. Un medico spinge un carrello vecchio che cigola sul pavimento. In questo caos, Aisha entra in reparto maternità tenuta per un braccio dal marito. Ha il velo impolverato, gli occhi stanchi, la testa fasciata.
Davanti a loro ci sono culle una accanto all’altra. Sui cartellini di cartone qualcuno ha scritto nomi in fretta; su altri ci sono solo numeri. Un’infermiera indica una culla, poi un’altra. Aisha si blocca, come se dovesse convincersi che ciò che sta vedendo è reale. Poi fa due passi, legge un nome sul cartellino e guarda quel bambino. Inizia a piangere e ripete, quasi senza voce: “È mio figlio. È vivo. Sia lodato Dio”. Il piccolo ha già tre mesi. La guarda senza sapere nulla di quello che è accaduto, muove le dita come per cercare un contatto, come fanno tutti i neonati. Aisha allunga la mano e lui la afferra. Un gesto istintivo e naturale.
La storia di Aisha comincia nel campo profughi di Al-Shate’, nel nord della Striscia, dove aspetta il suo primo figlio. Il parto avviene in giorni in cui ogni spostamento è difficile e ogni scelta è un rischio. Aisha arriva in ospedale appena prima di partorire, all’improvviso, dopo che suo figlio aveva appena visto la luce, il boato. Una bomba, vicina a lei, esplode. Ferite alla testa, il caos più totale. Aisha perde conoscenza. I medici la credono morta. In pochi minuti, nel disordine di quelle ore, la avvolgono per la sepoltura. Il neonato, invece, viene messo in salvo. Si aprono due traiettorie che sembrano definitive: da una parte un corpo che si pensa senza vita, dall’altra un bambino che nessuno sa se sopravviverà.
Sulla strada verso il cimitero accade l’imprevisto. Quel corpo “immobile” ha un sussulto. Aisha vomita. Respira. Riprende conoscenza. La riportano indietro, di corsa. Inizia un periodo di cure e di rianimazione: giorni di medicazioni, fasciature, dolore, debolezza. Quando finalmente può alzarsi, dopo due mesi, per prima cosa chiede di suo figlio. E lì comincia un’altra fatica, più lunga: cercarlo in una città dove i telefoni non funzionano, dove i reparti si spostano e dove i nomi si perdono.
Aisha gira tra strutture e corridoi. Chiede, ma non trova risposte. Lo crede morto. Si prepara a convivere con quell’idea, quando inaspettatamente lo ritrova nello Shuhad’a Al-Aqsa, nel reparto maternità. E in quel momento non servono spiegazioni. I medici fanno spazio. Qualcuno le porge dell’acqua. Aisha piange di nuovo, ma questa volta è un pianto liberatorio, pieno di commozione, che la fa respirare.
Il mattino dopo la dottoressa Asma la visita con calma, cambia le medicazioni, controlla le ferite. Poi prepara un sacco con l’essenziale: farmaci, paracetamolo, latte per il bambino, un termometro, coperte piegate con cura. Le spiega come dosare le gocce, quando tornare, che cosa monitorare. E le dice una frase che non ha bisogno di essere abbellita: «Non resterai sola»!
Ci sono testimonianze che non si limitano a raccontare ciò che è accaduto, ma ti restano dentro. La storia di Aisha è una di queste.
In mezzo alle macerie, dove la morte sembra avere l’ultima parola, questa storia ci sbatte davanti una verità disarmante: la vita resiste!
È la prova che, anche nelle situazioni più estreme, la solidarietà concreta può fare la differenza tra la vita e la morte. E ci riguarda. Tutti.
Perché storie come quella di Aisha non devono restare confinate tra poche righe o nel silenzio di chi le ha vissute. Devono essere condivise, arrivare lontano.
Per questo oggi ti chiediamo di sostenere, con la tua migliore offerta, la nostra grande campagna di sensibilizzazione online.
Un gesto semplice – una condivisione, un sostegno, una voce in più – può trasformarsi in un’eco potente capace di raggiungere migliaia di persone. Aiutami a far arrivare questo messaggio il più lontano possibile!
È nella fede che troviamo il coraggio di sperare ancora: perché la luce di Cristo non si spegne nemmeno nel buio di Gaza.