Torino, 13enne abusata nel minimarket: l’accusato libero dopo 48 ore

Torino, 13enne abusata nel minimarket: l’accusato libero dopo 48 ore

Una ragazzina di 13 anni entra in un minimarket di Torino per comprare tre succhi di frutta ai fratelli e ne esce dopo aver subito atti sessuali dal commesso. L’uomo viene fermato, il pubblico ministero chiede il carcere, ma dopo due notti il Gip lo rimette in libertà con obbligo di firma. Una decisione che provoca reazioni politiche e istituzionali, fino all’invio degli ispettori disposto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio.

DALLA MERENDA PER I FRATELLI ALLA VIOLENZA

I fatti risalgono a sabato 29 agosto, nel quartiere Madonna di Campagna, periferia nord di Torino. Secondo quanto riportato dal Corriere di Torino, la tredicenne era uscita di casa per acquistare la merenda ai fratelli quando sarebbe stata abusata all’interno del minimarket da un commesso bengalese di 42 anni. 

Le telecamere interne avrebbero ripreso la scena. E avrebbero documentato un particolare ancora più inquietante: circa quaranta minuti prima, lo stesso uomo avrebbe commesso un altro abuso sessuale ai danni di una donna non ancora identificata.

Il racconto della tredicenne restituisce la dimensione umana di quanto accaduto: «Mi sentivo disgustata. Mi è venuta la nausea. Ho chiamato subito mia madre e le ho raccontato tutto». Poi la paura: «Sono rimasta sul marciapiede seduta finché non è venuto a prendermi un amico».

Secondo Il Giornale, la ragazza avrebbe inoltre riferito che l’uomo le aveva chiesto se fosse fidanzata e quanti anni avesse. Dopo aver saputo la sua età avrebbe risposto: «Sei molto giovane». 

DUE NOTTI IN CARCERE, POI L’OBBLIGO DI FIRMA

La polizia ha fermato il commesso, e lo ha trasferito nel carcere torinese Lorusso e Cutugno. Il pubblico ministero ha chiesto la custodia cautelare in carcere. Ma dopo due notti il Gip ha disposto la scarcerazione e applicato l’obbligo di firma.

Secondo quanto riportato, tra gli elementi considerati figurano il fatto che l’uomo fosse incensurato, il suo comportamento «collaborativo» — avrebbe consegnato agli investigatori i filmati delle telecamere — e la «resipiscenza» mostrata durante l’udienza.

«Ho sbagliato, è la prima volta che mi succede», avrebbe dichiarato, dicendosi «dispiaciuto».

È proprio questo passaggio ad aver provocato un forte allarme politico. Non perché il principio costituzionale dell’autonomia della magistratura possa essere messo da parte, ma perché la tutela della vittima e la valutazione del rischio concreto rappresentano questioni che una società non può trattare con leggerezza, soprattutto davanti ad accuse di tale gravità.

NORDIO MANDA GLI ISPETTORI A TORINO

La reazione più importante sul piano istituzionale è arrivata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha disposto l’invio degli ispettori al Tribunale di Torino.

Il Guardasigilli ha innanzitutto ribadito un principio essenziale: «La decisione del Gip rientra nell’ambito dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, su cui non posso e non devo interferire».

Ma ha aggiunto: «Nondimeno, tenuto conto della eccezionalità del caso e dell’allarme sociale cagionato, ho disposto l’invio di Ispettori per acquisire ogni valutazione utile».

Anche due consigliere laiche del Consiglio superiore della magistratura, Claudia Eccher e Isabella Bertolini, hanno annunciato di stare esaminando la possibilità di aprire una pratica relativa ai riflessi della vicenda sulla valutazione di professionalità del magistrato coinvolto, chiedendo inoltre al Procuratore generale di vagliare eventuali profili disciplinari.

MELONI: «CHI LO SPIEGA A QUELLA FAMIGLIA?»

Durissimo anche l’intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La premier ha ricordato che le forze dell’ordine hanno individuato rapidamente il sospettato e che la Procura aveva chiesto la misura più severa.

«Tutta la catena ha funzionato», ha osservato. «E poi arriva un provvedimento che la spezza in quarantotto ore».

Quindi le due domande che portano la questione fuori dai palazzi della politica e dentro la vita quotidiana delle persone: «Chi lo spiega a quella famiglia? Chi lo spiega a quel quartiere, che stanotte sa che quell’uomo è di nuovo lì?»

«Noi andiamo avanti. Norme, uomini, mezzi, risorse. Fino in fondo. Ma così è davvero difficile», ha concluso Meloni, esprimendo solidarietà alla tredicenne e alla sua famiglia.

UNA VICENDA CHE INTERROGA LA GIUSTIZIA E LA TUTELA DEI PIÙ DEBOLI

Le reazioni politiche sono state numerose. Matteo Salvini ha rilanciato la proposta della Lega sulla castrazione chimica; esponenti di Futuro Nazionale hanno chiesto misure molto più dure; la senatrice di Fratelli d’Italia Paola Ambrogio ha invocato dalle istituzioni «segnali inequivocabili di rigore, fermezza e tutela assoluta delle vittime».

Al di là delle singole proposte politiche, resta un punto fondamentale: quando la vittima è una ragazzina di tredici anni, la protezione del più debole deve rimanere al centro della risposta delle istituzioni.

Il caso di Torino lascia dunque una domanda che non può essere liquidata come semplice polemica politica: se davanti ad accuse così gravi una tredicenne e la sua famiglia non percepiscono una protezione adeguata, quale fiducia possono ancora riporre i cittadini nella capacità dello Stato di difendere davvero i più fragili?

 

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