Minareto di venti metri e fondi del Marocco: chi decide il volto di Torino?
Il Comune di Torino ha rilasciato il permesso per costruire un centro islamico dove ora sorge l’ex Fonderia Nebiolo, nel quartiere Aurora. Come riferisce il Corriere di Torino, costerà circa 17 milioni di euro: una moschea per mille fedeli, un minareto di venti metri, uno studentato universitario. Otto, scrive il Giornale, li avrebbe messi a disposizione il re del Marocco. E gli altri nove?
Un minareto, però, non è un capannone recuperato: è un segno piantato nel profilo di una città cristiana.
NON SOLO UN LUOGO DI PREGHIERA
Il permesso riguarda il recupero dell’ex complesso industriale tra via Bologna e corso Novara, su seimila metri quadrati. La Giunta aveva dato il via libera nel dicembre 2022; la richiesta del titolo edilizio risale al luglio 2024. La Confederazione islamica italiana annuncia l’avvio dei lavori entro fine 2026, anche se una data precisa non c’è e il progetto esecutivo è ancora da completare.
Si dirà: è rigenerazione urbana. I promotori assicurano che circa l’80% degli spazi non sarà destinato al culto: biblioteca, sale studio, attività culturali e formative, incontri interreligiosi. E uno studentato a prezzi calmierati, per il quale si prospetta un accordo con Edisu.
Ma è proprio questo il punto. Un luogo dove si prega, si studia, ci si forma e si dorme non è un servizio di quartiere: è un piccolo mondo completo. Dà a una comunità un riferimento stabile, la raccoglie attorno a un centro proprio e la tiene in uno spazio a parte, invece di lasciarla a contatto quotidiano con la città che la circonda. Più il centro è completo, più è forte la sua presa.
CHI PAGA E CHI GUIDA
Il Giornale ricostruisce la catena. Dietro il progetto ci sono la Confederazione islamica italiana e l’Aps Al-Waqf, che presentò la proposta nel 2021. Il sito della Confederazione indica Mustapha Hajraoui come presidente, alla guida anche della Federazione islamica del Piemonte, e Massimo Abdallah Cozzolino come segretario generale. Una struttura che la testata definisce «piramidale», con le moschee alla base organizzate in federazioni regionali.
Sul denaro, le domande si moltiplicano. Torino Cronaca ripercorre la storia di Al-Waqf: un sostegno finanziario marocchino nel 2014, la Fondazione nel 2017, la trasformazione in associazione di promozione sociale nel 2020. Sei immobili in Italia, 1,025 milioni di euro per il diritto di superficie dell’ex Nebiolo. E soprattutto: non risulterebbero documenti ufficiali o contabili che provino il versamento degli otto milioni annunciati.
UN BENE PUBBLICO, UN CONTO APERTO
Nessuno, qui, parla di illeciti. Ma il quadro, messo in fila, lascia perplessi. Da una parte un bene pubblico, affidato, come sottolinea il Giornale, con una concessione di lunghissima durata. Dall’altra un costo di 17 milioni: otto attribuiti a un sovrano straniero e senza riscontri documentali, nove ancora da trovare. In mezzo, un permesso già rilasciato.
Si obietterà che i finanziamenti sono affare dei promotori. Lo sarebbero, se si trattasse di un magazzino. Ma quando una monarchia straniera mette mano al portafoglio per costruire, in una città italiana, un centro di culto, di cultura e di formazione, il gesto ha un significato che va oltre i mattoni. È una presenza che si annuncia. E una presenza, una volta insediata, difficilmente torna in discussione.
LE PAROLE CHE DISARMANO
L’intera operazione è avvolta in parole nobili: rigenerazione, cultura, studio, dialogo interreligioso. Hanno un senso legittimo. Ma usate così, senza contorni, disarmano in anticipo ogni obiezione: chi fa domande sembra contrario agli studenti, alla riqualificazione, alla pace tra le religioni. E il timore di passare per intolleranti fa il resto.
Il rimedio è semplice: chiedere a quelle parole che cosa significano. Rigenerazione a vantaggio di chi? Formazione con quali programmi, e affidata a chi? Lo studentato accoglierà solo giovani musulmani, o anche ragazzi assegnati da un ente pubblico?
E il dialogo? Unisce davvero solo quando ciascuno sa con chiarezza che cosa lo separa dall’altro. Se invece diventa una cordialità che tace le differenze, scivola verso l’idea che tutte le fedi si equivalgano. Il Giornale ricorda che il segretario generale della Confederazione compare da anni negli incontri con il mondo cattolico. Tocca allora ai cattolici sedersi a quel tavolo con un’identità chiara, non con l’imbarazzo della propria fede.
LA POLITICA SI MUOVE
La reazione non è mancata. Il vicepresidente regionale Maurizio Marrone contesta l’intervento e annuncia una modifica alla legge piemontese del 1989 sulle distanze tra le attrezzature religiose. Denuncia il rischio di collocazioni decise «secondo il capriccio di Stati esteri intenzionati a mischiare politica e proselitismo».
Resta incerto se la modifica possa incidere su un progetto già autorizzato. Futuro Nazionale annuncia richieste di verifica presso Prefettura e Regione e un’interpellanza parlamentare sugli aspetti finanziari.
CHE COSA È IN GIOCO PER TORINO
Aurora è uno storico quartiere operaio, segnato dalla deindustrializzazione, dove circa un terzo degli abitanti è straniero. È qui che si decide il volto della Torino di domani.
Una città non è soltanto un insieme di servizi. Il suo profilo, i suoi campanili, i suoi luoghi di riferimento educano chi ci vive e dicono a chi arriva in che cosa crede. Quando accanto ai campanili si alza un minareto sostenuto dall’estero, il messaggio implicito è che la fede che ha costruito la città sia ormai un’opzione tra le tante. La città della Sindone e di don Bosco merita di più.
E la carità? È proprio la carità a chiedere chiarezza. Non c’è ostilità verso i musulmani che vivono a Torino. Ma volere davvero il loro bene, per un cattolico, significa desiderare per loro la verità di Cristo. Un centro che li raccoglie in un mondo separato, con il sostegno annunciato di un sovrano straniero, va nella direzione opposta.
Il permesso è stato rilasciato. Il silenzio, non ancora. Chiedere chi paga, chi dirige, chi abiterà quello studentato non è intolleranza: è il minimo che si deve alla propria città. Torino non ha bisogno di spettatori rassegnati, ma di cittadini e di cattolici che pretendano risposte. Adesso, prima che sia il minareto a parlare per tutti.