Un padre musulmano ha cercato di dar fuoco alle figlie convertitesi al Cristianesimo
È accaduto lo scorso 6 settembre in Uganda, a Kibenge, nel distretto di Kasese.
Verso la mezzanotte un’abitazione è stata inghiottita dalle fiamme. Qualcuno vi aveva dato fuoco. In quella casa stavano dormendo due ragazze, due sorelle, Amina e Shamila.
Ad un certo punto, il loro sonno è stato interrotto da un forte odore di benzina. Risvegliatesi, si sono viste circondate dalle fiamme.
All’inizio sono rimaste incredule di fronte al fuoco, che stava consumando lentamente le loro stanze. Poi il panico e la ricerca disperata di una via di fuga.
In una delle pareti hanno scorto un buco. Subito si sono precipitate lì e, tolti alcuni mattoni, sono riuscite ad abbandonare la casa, prima che il rogo le divorasse.
Alcuni vicini si sono precipitati in loro soccorso e subito sono state chiamate le autorità locali, per informarle dell’accaduto.
«Grazie a Dio, che ci ha dato un modo per uscirne vive», hanno detto, una volta in salvo. Già ma chi aveva appiccato l’incendio? E perché?
Non è stato difficile scoprire la verità, una verità orribile: è stato loro padre, Muhamud. Anche il motivo è parso subito molto chiaro. Aveva loro promesso che lo avrebbe fatto…
Pochi giorni prima dell’attentato, lo scorso 26 agosto, le due ragazze avevano rinnegato l’islam, convertendosi al Cristianesimo.
Il padre, saputolo, disse loro che avrebbe agito per far rispettare la legge islamica. Amina e Shamila sono sopravvissute, ma nelle fiamme hanno perso quel poco che possedevano.
I loro materassi, i loro vestiti, i pochi effetti personali sono andati in fumo. Una cosa non hanno perso, la più importante: la loro fede.
Noi vorremmo far conoscere quanto accaduto a tutti, perché tutti sappiano fino a che punto si possa spingere oggi, nel 2026, l’integralismo islamico.
Per farlo, intendiamo servirci dei social, uno strumento che consente di arrivare a tanti in poco tempo, e lanciare così una vasta campagna di sensibilizzazione.
Ma quest’operazione ha un costo, di cui da soli non riusciremmo a farcene carico. Ecco perché abbiamo bisogno del tuo aiuto!
È molto importante far sapere quel che è successo. Ma è molto importante anche sapere cosa abbiano detto Amina e Shamila, una volta trattesi in salvo:
«Siamo felici di poter dire che il fuoco ha consumato il nostro rifugio, ma non ha consumato la nostra fede, né la nostra speranza in Gesù Cristo». Anzi, l’ha rafforzata ancora di più!
Le autorità locali hanno condannato l’accaduto ed hanno chiesto che il padre delle due ragazze venga assicurato alla giustizia.
Il reato, di cui Muhamud si è macchiato, è abominevole e non ha alcuna giustificazione. Però lui ha detto di averlo fatto per un motivo specifico: per far rispettare la sharia, la legge islamica.
L’unica “colpa” delle due giovani è stata, dunque, quella di essersi convertite a Cristo e di essersi poste alla sua sequela.
Fino a che punto l’integralismo islamico può rendere criminale la mano di un padre nei confronti delle proprie figlie?
Lo vediamo in tutti i Paesi feriti dalla jihad: case e chiese incendiate, morti, feriti, violenze, famiglie evacuate, persone rapite.
È scritto nel Vangelo secondo Matteo: «Ogni albero buono produce frutti buoni ed ogni albero cattivo produce frutti cattivi» (Mt 7, 17).
Quale radice può mai generare, dunque, frutti tanto cattivi? Capisci? Ecco perché ritengo importante che tutti lo sappiano!
Aiutaci, con la tua migliore offerta, a promuovere una vasta campagna di sensibilizzazione online.
Fermiamo la mano criminale del fondamentalismo musulmano!