Una domanda su Giorgio Napolitano

Una domanda su Giorgio Napolitano

Appena morto, è subito partito il processo di canonizzazione laico per Giorgio Napolitano.

Non stupisce. Così va il mondo.

Ma se è giusto avere rispetto per i morti, per tutti i morti, è altrettanto doveroso non tacere gli aspetti più controversi – diciamo così – della loro vita, soprattutto se, come nel caso del nostro ex Presidente della Repubblica, si è trattato di una vita pubblica.

Ci limitiamo solo ad un aspetto. Ovvero la militanza del de cuius nelle fila del comunismo, ovvero di quella che è stata, insieme al nazismo, l’ideologia omicida più devastante e tremenda del XX secolo.

Come ha scritto Marcello Veneziani su La Verità di ieri, Napolitano

non smise di essere comunista né dopo la pubblicazione del rapporto Krusciov sui crimini di Stalin, né dopo l’invasione d’Ungheria, che anzi difese anche rispetto ad altri comunisti fuorusciti dal Partito, né dopo i carri armati a Praga o in Polonia e nemmeno quando regnava l’imbalsamato Brezhnev e il Pci prendeva ancora i soldi da Mosca. Smise di essere comunista dopo aver raggiunto il massimo d’anzianità, 45 anni di servizio nel Pci, e non per scelta ma per cessazione dell’azienda, perché il comunismo era caduto in Russia dopo il muro di Berlino. Un peccato di gioventù, il comunismo, durato fino alla tenera età di sessantacinque anni. Non è stato dunque un errore giovanile ma il senso della sua vita”.

Di qui la nostra domanda.

Perché a Napolitano e a tanti altri come lui non si è mai chiesto reiteratamente di prendere le distanze dall’ideologia criminale e assassina che hanno sostenuto e grazie alla quale hanno costruito la loro carriera?

Perché nessuno gli ha mai imposto di chiedere scusa?

Perché per gli esponenti della destra gli esami di legittimazione non finiscono mai, mentre è ai comunisti che si dà la patente per poter giudicare gli altri?

E perché – questa la domanda più dolorosa – tutta questa attenzione, questo rispetto, questo incenso all’ex capo dello Stato da parte di chi dovrebbe ricordare più di ogni altro quanto scriveva nel 1937 papa Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris: “Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana”?


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