Venezia, ceneri di cani e gatti nelle tombe di famiglia: che ne resta del camposanto?
D'ora in poi, nei cimiteri di Venezia, le ceneri di un cane o di un gatto potranno riposare accanto ai loro padroni, dentro le sepolture destinate agli uomini.
Lo stabilisce un'ordinanza del Servizio di Polizia mortuaria del Comune, pubblicata in questi giorni all'Albo comunale e riportata il 2 ottobre dal Corriere del Veneto in un articolo di Matteo Valente: le urne degli animali d'affezione potranno essere collocate nei loculi, nelle tombe di famiglia e perfino nelle fosse d'inumazione umane.
COSA PREVEDE L'ORDINANZA
Il provvedimento dichiara apertamente le sue ragioni. Nel testo si legge che «è aumentata la domanda sociale» di forme di commemorazione degli animali e che nella società si è consolidata una nuova sensibilità verso cani e gatti, «riconosciuti non più come meri beni, ma come componenti rilevanti della sfera affettiva e familiare delle persone».
Le condizioni sono dettagliate. Sono ammessi soltanto animali da compagnia cremati in impianti autorizzati. L'urna è qualificata come presenza accessoria e simbolica, che deve escludere ogni promiscuità con le spoglie umane.
Poi c'è la lapide. «Per motivi di decoro», vi sono vietate epigrafi e immagini dedicate all'animale. Sarà permessa soltanto una foto del defunto insieme al proprio cane o gatto. Così l'amministrazione punta a «svolgere un ruolo di equilibrio tra tutela della sacralità dei cimiteri ed esigenze affettive della comunità».
LE PAROLE CHE TRADISCONO
Ancora più eloquente è il linguaggio con cui la notizia viene raccontata. Nella cronaca di Valente, cani e gatti sono «a tutti gli effetti membri della famiglia», capaci di regalare «un amore incondizionato». Le loro ceneri sono quelle dei nostri «migliori amici».
Il legame con loro viene perfino definito «indissolubile», destinato a non spezzarsi «nemmeno dopo la vita». Indissolubile: la parola che la Chiesa riserva al vincolo del matrimonio. Spostata su un animale domestico, rivela un intero modo di pensare.
IL DECORO CHE SI CONTRADDICE
Qui l'ordinanza smentisce sé stessa. Se il nome di un cane inciso su una lapide offende il decoro, perché non lo offendono le sue ceneri dentro il loculo? Il Comune vieta il segno e ammette la sostanza. Cancella la scritta, ma lascia l'urna.
Il testo assicura di voler rispettare i luoghi cimiteriali «senza alterarne la funzione primaria». Ma qual è la funzione primaria di un camposanto, se non custodire i corpi dei defunti in attesa della risurrezione? Un luogo pensato per l'uomo e per la sua speranza eterna non resta lo stesso quando vi entrano le ceneri degli animali.
E l'«equilibrio» tra sacralità ed emozione? Nei fatti, è la sacralità a fare un passo indietro.
DAL CANE DI PIETRA ALL'URNA NEL LOCULO
La civiltà cristiana non ha mai disprezzato gli animali. Nelle tombe dei secoli di fede il cane compariva spesso, scolpito ai piedi del defunto, come segno di fedeltà e di custodia. Ma era un simbolo, e stava ai piedi. Il defunto giaceva come chi dorme, in attesa del risveglio della risurrezione: ogni dettaglio parlava di eternità e di ordine.
Oggi quel simbolo è diventato cenere vera, collocata «per sempre» accanto al padrone. Alla speranza della risurrezione si sostituisce un «per sempre» sentimentale, che non guarda al Cielo ma soltanto alla nostalgia di chi resta.
Alla radice c'è una mentalità precisa. Quando all'animale si concedono l'affetto e l'intimità che l'ordine della creazione riserva ai rapporti tra persone, non si innalza l'animale: si abbassa l'uomo. Si spegne in lui la coscienza della propria dignità e della distanza che separa la creatura fatta a immagine di Dio dal resto del creato.
È un sentimentalismo che appiattisce ogni differenza. Se in vita il cane è «membro della famiglia», perché in morte dovrebbe restarne escluso? L'ordinanza veneziana è la traduzione burocratica di questa logica. Amare il proprio animale è legittimo, perfino bello. Ma ogni affetto ha la sua misura, e la tomba di un cristiano non è il luogo in cui cancellarla.
CHE COSA È IN GIOCO
Il cimitero non è un luogo neutro. Porta ancora il nome cristiano di camposanto: è lo spazio in cui le famiglie italiane custodiscono i loro morti, li visitano, pregano per loro.
Quando un'amministrazione stabilisce che vi possono entrare le ceneri degli animali, non regola un dettaglio tecnico. Ridefinisce che cosa sia una sepoltura. E lo fa in nome di una «domanda sociale», cioè dell'emozione del momento trasformata in norma.
Per questo i paletti di oggi sono fragili. La stessa pressione che ha aperto i loculi alle urne potrà domani chiedere di cancellare anche il divieto di epigrafi e immagini. Chi potrà opporsi, se il criterio non è più la natura del luogo ma il sentimento prevalente?
Il camposanto non appartiene alle mode del momento: appartiene ai nostri morti, che vi riposano in attesa della risurrezione, e alle famiglie che vi pregano. Difenderlo a Venezia significa difenderlo in tutta Italia. Non restiamo spettatori: chi tace oggi non si stupisca se domani la stessa logica busserà al cimitero del proprio paese.