A scuola c'è posto per ogni fede. Tranne, a quanto pare, per la nostra
Pochi giorni fa, ad Ancona, le classi quinte di una scuola elementare sono state accompagnate in visita alla moschea cittadina. Non è stato un episodio improvvisato: come hanno riferito Il Resto del Carlino e il Corriere Adriatico, per quell'istituto si tratta di un'uscita che si ripete da anni, tanto da risultare già formalizzata negli atti scolastici. L'ultima visita è andata in scena il 4 giugno 2026.
Il dirigente scolastico ha difeso la scelta spiegando, secondo quanto riportato dalla stampa locale, che non c'era alcuna volontà di proselitismo e che l'iniziativa rientrava nell'autonomia della scuola e nella scoperta di altri credi.
Il punto, però, è un altro. Ed è una domanda semplice, che molte famiglie italiane si stanno ponendo: perché a scuola si trova sempre spazio, tempo e attenzione per conoscere le altre fedi, mentre per la propria — quella che ha plasmato l'Italia e l'Europa — lo spazio sembra restringersi ogni anno di più?
UNA DOMANDA CHE NASCE DAI FATTI
Non è un sospetto astratto. È un confronto fra notizie che, messe in fila, raccontano un'asimmetria.
A Firenze, come ha riferito La Nazione, un istituto superiore ha destinato un'aula alla preghiera islamica durante il Ramadan, accogliendo la richiesta di alcuni studenti. Negli stessi mesi e nella stessa città, la maggioranza che governa il Comune aveva respinto la proposta di collocare un piccolo crocifisso nelle aule delle scuole comunali. Spazio per pregare secondo una fede, sì; un simbolo della fede storica del Paese, no.
A Magliano, in Toscana, come hanno riferito i quotidiani locali, a partire da Il Tirreno, alla fine del 2025 una scuola primaria aveva modificato il testo di una canzone natalizia da far cantare ai bambini, eliminando il riferimento a Gesù "per tutelare la laicità". E poi c'è il caso, ormai ricorrente, della scuola di Pioltello chiusa in occasione della fine del Ramadan: una vicenda che, come è noto, ha sollevato diverse polemiche.
Quattro episodi diversi, una stessa direzione: la fede cristiana trattata come un ingombro da nascondere, mentre per tutto il resto si trovano sempre deroghe, aule e calendari.
NON È LAICITÀ
Laicità non significa silenziare le radici. Una scuola davvero laica non ha paura della storia: la racconta. E la storia dice che l'Italia, la sua arte, il suo diritto, la sua idea stessa di persona e di dignità nascono dal Cristianesimo. Privare i bambini dei simboli, delle feste e dei racconti che appartengono alla loro storia non li rende più liberi: li rende più poveri, e più soli.
Già nel 2008 Benedetto XVI, nella sua celebre lettera sul tema (Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione), parlava di una vera e propria «emergenza educativa»: la difficoltà, oggi, a trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo. È esattamente ciò che accade quando si recidono le radici. Un popolo che dimentica da dove viene fa molta più fatica a capire dove sta andando.
Ecco perché questa non è una battaglia "contro" qualcuno. È una battaglia per i nostri figli: per il loro diritto a sapere chi sono, prima di scegliere chi diventare.
COSA POSSIAMO FARE
Di fronte a tutto questo, le famiglie non sono impotenti. Possono informarsi, possono chiedere conto, possono pretendere che la scuola rispetti — accanto a tutte le altre — anche la propria identità.
È per questo che Pro Italia Cristiana ha preparato il libro "EMERGENZA SCUOLA": non un libro di sole denunce, ma uno strumento concreto, costruito sui fatti, per aiutare genitori ed educatori a capire cosa sta accadendo nelle aule, a riconoscere per tempo le derive ideologiche e a difendere, con serenità e fermezza, un'educazione rispettosa della propria fede.
L'obiettivo è ambizioso: portare 10.000 copie nelle famiglie, nelle scuole e nelle istituzioni, in tempo per l'inizio del prossimo anno scolastico. Ma stampare e diffondere un libro ha un costo
Con una donazione si contribuisce concretamente alla stampa e alla diffusione e si prenota la propria copia.
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Perché a scuola, di posto per Gesù, ce ne deve essere ancora.