In Pakistan c’è chi fa del business sulla blasfemia
In Occidente non si sa molto di quel che avviene in Pakistan.
È giusto però che tu sia al corrente del fatto che lì, ancora oggi, nell’Anno del Signore 2026, i Cristiani vengono sistematicamente perseguitati.
Ci vuole molto poco per esser accusati di blasfemia contro l’islam e contro Maometto: basta una delazione, una “soffiata” ed automaticamente arriva una condannati a morte.
Hai capito bene: a morte! Senza alternative, né vie di fuga, anche qualora, in realtà, il fatto contestato non sia mai stato commesso. Incredibile!
Siamo di fronte ad una norma inaccettabile e contraria agli articoli 7 e 10 del Patto internazionale sui Diritti Civili e Politici.
Questo trattato dell’Onu vieta la tortura e le pene o i trattamenti crudeli, inumani o degradanti. A dire il vero l’art. 295-C del Codice penale pachistano menziona anche l’ergastolo.
Ma tale possibilità è stata esclusa nel 1991 dalla Corte federale della sharia. Che per queste accuse procede in modo veloce e sommario, anche quando gli imputati siano minorenni.
Molte le carenze procedurali lamentate ed i procedimenti viziati da gravi irregolarità. Ed è così che tanti nostri fratelli nella fede in Cristo, benché senza colpa, sono stati destinati al boia.
Certo, negli ultimi anni il Pakistan non ha proceduto ad alcuna esecuzione per l’accusa di blasfemia, questo va detto.
Tuttavia, gli imputati, i cui ricorsi vengono regolarmente rinviati, ogni volta, vivono sotto la minaccia permanente di poter essere prima o poi affidati al braccio della morte.
Questo senso di costante incertezza, spesso unito alle condizioni detentive in cui sono costretti, a dir poco “difficili”, causa loro profondi disagi psicologici e conseguenze pesanti a livello di salute.
Le famiglie sono distrutte, i coniugi vengono divisi con la forza ed ai figli vengono tolti il papà o la mamma, gettati in galera per colpe mai commesse.
A ciò si aggiunga una forte, intollerabile pressione sociale. Gruppi di fondamentalisti islamici assistono in massa alle udienze e sai perché?
Per intimidire i giudici e minacciare di linciaggio gli imputati e le loro famiglie. Spesso vi sono gruppi di estremisti islamici, che passano dalle parole ai fatti, senza che nessuno intervenga.
Al Relatore speciale dell’Onu per le esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie è già stato chiesto di intervenire presso le autorità pachistane.
Sarebbe compito suo chiedere modifiche legislative in grado di escludere la pena di morte a quanti siano accusati di blasfemia.
Ciò anche al fine di tutelare la dignità umana di tutti, la libertà di espressione e quella religiosa con precise garanzie di poter contare su di un processo equo.
Ma, per ora, tutto tace, non è giunta alcuna risposta. Sono in pochi a sapere tutto questo. Perciò crediamo che sia giunto il momento di rompere il silenzio.
Bisogna assolutamente far circolare informazioni corrette sulle condizioni disumane in cui vivono i Cristiani in Pakistan.
Occorre sollecitare la preghiera di singoli e comunità, affinché la loro situazione possa presto cambiare, e far aumentare in Occidente le pressioni contro tali soprusi ed ingiustizie.
Infine, è necessario incrementare la solidarietà e la vicinanza, spirituale e materiale, a questi nostri fratelli nella fede tramite i canali ufficiali della Chiesa.
Per questo intendiamo promuovere una vasta campagna di sensibilizzazione sui social, che consentono di arrivare a tanti in poco tempo.
Quest’operazione ha però un costo, di cui da soli non potremmo farmi carico. Per questo abbiamo bisogno del tuo aiuto!
È molto importante: in Pakistan sull’accusa di blasfemia è stato costruito uno squallido “business”, che distrugge le famiglie cristiane e rende gli imputati sempre più deboli e soli.
Un’indagine di Polizia ha rivelato l’esistenza di una vera e propria rete coordinata per attirare le vittime tramite i social e poi incastrarle.
In pratica, viene loro estorto denaro in cambio del silenzio. Chi opponga resistenza, viene denunciato ed incriminato per blasfemia.
Lo scandalo è emerso per la prima volta nel 2019, quando un ufficiale dell’Agenzia federale di Investigazione si è accorto di irregolarità interne e della presenza di informatori sospetti.
Un’ulteriore conferma è giunta nel gennaio 2024 da un rapporto trapelato dalla Sezione speciale della Polizia del Punjab.
Almeno 101 famiglie hanno presentato una petizione alla Corte Suprema di Islamabad per denunciare questa rete criminale.
Tale rete, in collusione con l’Agenzia federale di Investigazione, avrebbe ottenuto l’arresto di 450 persone sulla base di accuse totalmente inventate.
Queste, anche se infondate, consentono di regolare indebitamente conti personali o di appropriarsi dei beni altrui, provocando spesso violenze di massa, prima che parta un’indagine seria.
Secondo Naeem Yousaf Gill, direttore esecutivo della Commissione nazionale per la Giustizia e la Pace, «il problema principale è che le vittime continuano a restare inascoltate».
Pensa che nell’ottobre scorso, proprio per questioni di blasfemia, il partito islamista Tehreek-e-Labbaik Pakistan è stato messo al bando, a seguito di violente proteste scoppiate a livello nazionale.
Il dramma delle famiglie cristiane con un congiunto imputato evidenzia fino a che punto questa legge, già in sé gravissima, possa diventare strumento di abuso, persecuzione e violenza.
Facciamo loro sentire la nostra vicinanza spirituale e materiale e facciamo pressioni a qualsiasi livello, affinché la loro situazione possa cambiare!
Non è più tempo di star zitti!