L’Europa riconosce il termine “cristianofobia”. Ma la persecuzione non si ferma!
Ci sono parole che, quando finalmente vengono pronunciate, rompono un silenzio colpevole.
Il 21 gennaio 2026, il Parlamento Europeo ha fatto qualcosa che fino a ieri sembrava impensabile: ha riconosciuto esplicitamente il termine “cristianofobia” all’interno della sua risoluzione annuale su Diritti umani e democrazia nel mondo.
Una parola netta, vera, scomoda. Una parola che dà un nome a una realtà che milioni di persone vivono ogni giorno sulla propria pelle.
Con l’adozione della risoluzione TA-10-2026-0014, l’Unione Europea ha ammesso ciò che per troppo tempo era rimasto confinato nei rapporti delle ONG e nelle denunce ignorate della società civile: la persecuzione dei cristiani è una realtà globale, sistemica e persistente.
Il testo afferma senza ambiguità che il cristianesimo è oggi la religione più perseguitata al mondo, con oltre 380 milioni di persone vittime di violenze, discriminazioni e restrizioni gravi della libertà religiosa.
Non è stato un passaggio automatico. La sezione dedicata alla cristianofobia è il risultato di mesi di battaglie sugli emendamenti, di resistenze ideologiche, di tentativi di annacquare il linguaggio per non “creare gerarchie tra le vittime”.
Il cuore politico del testo è l’articolo 83, che denuncia apertamente un’“asimmetria istituzionale” nella tutela delle vittime dell’odio religioso.
Il Parlamento chiede che la lotta contro la cristianofobia riceva le stesse risorse, attenzione e strumenti già previsti per altre forme di odio religioso, invitando la Commissione europea a nominare con urgenza un coordinatore dedicato.
Non un gesto simbolico, ma un impegno strutturale.
Particolarmente significativa è anche l’attenzione rivolta ai cristiani orientali, comunità antichissime che oggi rischiano di scomparire sotto il peso di persecuzioni, sfollamenti forzati e repressioni sistematiche.
Inserirle esplicitamente nel testo significa vincolare l’azione diplomatica europea futura e costringere l’UE a guardare in faccia le conseguenze delle proprie relazioni internazionali.
E proprio perché questo passo è storico, proprio perché segna la fine di un tabù, non possiamo permetterci di lasciarlo cadere nel vuoto!
È per questo che oggi più che mai ti chiediamo di sostenere, con una generosa donazione, la nostra grande campagna di sensibilizzazione online.
Far conoscere questo messaggio, amplificarne la portata, rompere il muro dell’indifferenza: è l’unico modo per trasformare una parola scritta in un’azione concreta. Ogni contributo è una crepa nel silenzio!
Ma diciamolo con onestà, senza ipocrisie: una risoluzione non ferma le pallottole, non spegne gli incendi e non riporta in vita i morti.
Mentre a Bruxelles si votava, in Nigeria si moriva.
Lunedì 2 febbraio, a Woro, nello Stato di Kwara, uomini armati hanno circondato un villaggio, radunato la popolazione, legato le mani agli abitanti e li hanno giustiziati uno ad uno.
Case e negozi dati alle fiamme. Corpi abbandonati a terra. Il bilancio è impietoso: oltre 160 morti, in uno dei massacri più sanguinosi degli ultimi mesi.
Secondo le testimonianze, gli aggressori avevano chiesto agli abitanti di rinnegare lo Stato e sottomettersi alla sharia. Di fronte al rifiuto, hanno aperto il fuoco. Una predica trasformata in esecuzione di massa.
C’è chi prova a diluire tutto in analisi geopolitiche, chi parla di “complessità”, chi si rifugia nelle statistiche per non guardare le vittime negli occhi.
È vero: in Nigeria la violenza colpisce più comunità, ed è alimentata da jihadismo, criminalità e conflitti territoriali.
Ma questo non cancella una verità evidente: le comunità cristiane sono colpite in modo ricorrente, mirato, brutale. Le chiese diventano bersagli facili. I villaggi cristiani, simboli da cancellare.
E allora sì: il riconoscimento della cristianofobia da parte del Parlamento Europeo è un segnale forte per il futuro. Ma non può bastare!
Finché in Nigeria, in Medio Oriente, in Asia, in Africa, si continuerà a uccidere per la fede, ogni documento resterà incompleto se non è accompagnato da pressione politica, informazione, mobilitazione.
Per questo, l’invito è lo stesso, ma ancora più urgente: aiutaci, con la tua migliore offerta, ad ampliare la nostra già vasta campagna di sensibilizzazione online.
Perché il silenzio è l’alleato più fedele dei persecutori. E rompere il silenzio, oggi, è già un atto di giustizia.