Pakistan, cristiana di 21 anni uccisa dopo aver respinto un uomo: la famiglia chiede giustizia
Una giovane cristiana di 21 anni è stata uccisa con un colpo di pistola alla fronte nella propria casa a Rawalpindi, in Pakistan, il 3 settembre. Si chiamava Saba Mehboob e, secondo i familiari, aveva ripetutamente respinto le avances dell'uomo sospettato di averla assassinata. Ma la tragedia non si sarebbe fermata all'omicidio: il fratellastro sedicenne sarebbe stato sequestrato, minacciato di morte e costretto a confessare un delitto che non aveva commesso.
UN RIFIUTO, LE MINACCE E POI LO SPARO
Secondo quanto riportato da Avvenire, il principale sospettato dell'omicidio è Adnan Butt, un vicino di casa musulmano che da tempo avrebbe rivolto avances alla giovane, ricevendo ripetuti rifiuti.
La sera del 3 settembre, l'uomo sarebbe entrato armato nell'abitazione della famiglia Mehboob, nel quartiere di Dhoke Ratta, sparando a Saba alla fronte e uccidendola sul colpo.
La polizia ha emesso un mandato di cattura nei confronti del sospettato. Le indagini devono ancora chiarire definitivamente le responsabilità e le circostanze del delitto.
«MI HAI DISONORATO»: IL RACCONTO DEL FRATELLO
Come riferisce The Christian Post, Joshua Mehboob, fratello della vittima e membro di una chiesa locale delle Assemblee del Vangelo Pieno, ha fornito una ricostruzione dettagliata degli ultimi momenti di vita di Saba.
Secondo il racconto del fratellastro sedicenne Anoosh, presente nell'abitazione, Butt sarebbe entrato improvvisamente insieme alla giovane, insultandola davanti ai familiari.
Avrebbe quindi puntato la pistola contro due parenti, Michael e Nomi, ordinando loro di allontanarsi.
Poi avrebbe schiaffeggiato ripetutamente Saba, «gridando che lei lo aveva disonorato e gli era stata infedele», prima di spararle.
Joshua ha raccontato che il sospettato molestava e minacciava sua sorella già da tempo.
IL FRATELLASTRO SEQUESTRATO E LA CONFESSIONE ESTORTA
La vicenda presenta un ulteriore elemento inquietante.
Dopo l'omicidio, secondo la testimonianza familiare, Butt avrebbe costretto Anoosh a uscire dall'abitazione sotto la minaccia di una pistola. Un complice lo avrebbe atteso in motocicletta.
Il ragazzo sarebbe stato portato nella casa del cognato del sospettato, dove diverse persone lo avrebbero minacciato di morte qualora avesse raccontato alla polizia quanto accaduto.
Anoosh sarebbe stato inoltre costretto ad assumersi falsamente la responsabilità dell'uccisione della sorella.
Il sedicenne sarebbe rimasto nelle mani dei suoi sequestratori fino alle 17 del 4 settembre. La famiglia avrebbe accettato di non presentare denuncia pur di ottenerne la liberazione.
Successivamente, la polizia ha raccolto la testimonianza del ragazzo e lo ha posto, insieme al padre, in custodia protettiva.
Ma anche su questo passaggio sono emerse contestazioni.
Il giornalista Tariq Chaman riferisce che i familiari e alcuni residenti accusano gli agenti di aver esercitato pressioni sul minore affinché confessasse il delitto. La polizia, invece, nega le accuse e sostiene che il ragazzo è stato trattenuto esclusivamente per ragioni di sicurezza.
UNA COMUNITÀ CHE CHIEDE PROTEZIONE E GIUSTIZIA
L'omicidio ha provocato una protesta a Dhoke Ratta, dove residenti cristiani e musulmani hanno chiesto l'arresto del sospettato.
Il caso ha raggiunto anche il governo federale.
Il ministro della Giustizia e dei diritti umani, Azam Nazeer Tarar, ha contattato l'ispettore generale della Polizia del Punjab, sollecitando indagini approfondite e un rapido accertamento delle responsabilità.
Il Punjab ospita circa due terzi della comunità cristiana in Pakistan, che conta complessivamente 3,3 milioni di battezzati su una popolazione di 260 milioni di abitanti.
L'organizzazione Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement, che assiste legalmente la famiglia, ha accolto l'intervento ministeriale chiedendo però risultati concreti.
«Questo è un passo importante, ma ora deve tradursi in azioni concrete. La famiglia necessita di protezione, le indagini devono essere condotte senza timori né parzialità e tutti i responsabili devono essere assicurati alla giustizia», ha dichiarato l'organizzazione.
Il presidente Nasir Saeed ha ribadito un principio fondamentale: «Saba era una giovane donna cristiana. Aveva diritto alla stessa tutela della vita, della dignità e della sicurezza garantita a ogni altro cittadino».
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo la vulnerabilità delle minoranze religiose pakistane, richiamando l'attenzione su violenze sessuali, conversioni forzate, accuse di blasfemia e intimidazioni nei confronti delle vittime.
Il caso di Saba pone dunque una questione che va oltre l'accertamento delle responsabilità individuali: la capacità delle istituzioni di proteggere una famiglia che denuncia un omicidio e teme ulteriori ritorsioni.
LA GIUSTIZIA NON PUÒ DIPENDERE DALLA RELIGIONE
Saba aveva 21 anni. La sua famiglia chiede verità, protezione e giustizia. Sono diritti che spettano a ogni persona, indipendentemente dalla fede professata.
La libertà religiosa non è autentica se chi appartiene a una minoranza deve temere di essere lasciato solo davanti alla violenza. La dignità umana esige che la legge protegga tutti, senza eccezioni.
Fonte articoli: