Torino, il Riesame ribalta la scarcerazione: torna in carcere l’accusato di abusi sulla tredicenne

Torino, il Riesame ribalta la scarcerazione: torna in carcere l’accusato di abusi sulla tredicenne

Il 42enne accusato di violenza sessuale su una tredicenne in un minimarket di Torino deve tornare in carcere. Il 15 settembre, il Tribunale del Riesame ha accolto l’appello della Procura, ribaltando la decisione che aveva consentito all’uomo, di origine bengalese, di lasciare il carcere dopo pochi giorni. Una svolta nel caso che aveva suscitato forti polemiche e portato il ministro della Giustizia Carlo Nordio a disporre l’invio di ispettori al Tribunale di Torino.

DALLA SCARCERAZIONE ALLA SVOLTA DEL RIESAME

Il 3 settembre, avevamo raccontato la vicenda della tredicenne che, entrata in un minimarket per acquistare alcune bibite, avrebbe subito contatti sessuali indesiderati da parte del cassiere. 

L’uomo, 42 anni, era stato arrestato e trasferito nel carcere Lorusso e Cutugno. Il 31 agosto, tuttavia, il giudice per le indagini preliminari ne aveva disposto la scarcerazione, applicando l’obbligo di firma.

Una decisione che aveva suscitato interrogativi sulla tutela della minore e sulla valutazione del rischio che l’indagato potesse commettere nuovamente reati.

Ora è arrivato un nuovo sviluppo.

Secondo quanto riferisce Nicolò Fagone La Zita sul Corriere della Sera - Torino del 15 settembre, il Tribunale del Riesame ha accolto l’appello della Procura e sostituito l’obbligo di firma con la custodia cautelare in carcere.

Gli inquirenti avevano impugnato il precedente provvedimento proprio perché ritenevano concreto il rischio di reiterazione del reato.

La decisione del Riesame riguarda le esigenze cautelari e non costituisce una condanna: la responsabilità penale dell’indagato deve ancora essere accertata.

LE TELECAMERE E QUELL’ALTRO EPISODIO EMERSO

Al centro dell’inchiesta rimangono le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza del minimarket.

Secondo la difesa, rappresentata dall’avvocata Francesca D’Urzo, i filmati mostrerebbero una dinamica diversa rispetto a quella inizialmente descritta dagli inquirenti.

Non tre distinti palpeggiamenti, ma un unico contatto seguito da un abbraccio.

Nelle dichiarazioni rese spontaneamente, il 42enne avrebbe ammesso un palpeggiamento, contestando però la ricostruzione più grave formulata dall’accusa.

Dalle telecamere sarebbe inoltre emerso un precedente episodio che avrebbe coinvolto una donna di circa quarant’anni.

Un particolare già segnalato nel nostro precedente articolo, che torna ad assumere rilievo nella ricostruzione complessiva della vicenda.

Per quell’episodio, tuttavia, non risulta presentata alcuna denuncia. 

LE SCUSE, IL CAMBIO DI VERSIONE E LA PROPOSTA DI RECUPERO

Un altro elemento riguarda il comportamento dell’indagato durante il procedimento.

Nell’udienza di convalida, l’uomo aveva ammesso di aver sbagliato, dichiarandosi dispiaciuto e assicurando che non sarebbe più accaduto nulla di simile.

Successivamente, però, avrebbe modificato la propria versione, sostenendo di non aver fatto nulla di sbagliato.

La difesa aveva inoltre depositato alcune dichiarazioni nelle quali il 42enne manifestava la volontà di intraprendere un percorso di recupero.

L’uomo si era detto disponibile a rinunciare a qualsiasi attività lavorativa a contatto con il pubblico e a frequentare un corso rivolto agli uomini autori di comportamenti violenti.

Secondo i suoi legali, questi impegni avrebbero dovuto escludere o ridurre il rischio di reiterazione.

Il Riesame ha invece accolto la valutazione della Procura, disponendo nuovamente il carcere.

DOPO LE POLEMICHE, LE NUOVE REAZIONI

La scarcerazione dell’indagato aveva provocato un acceso dibattito pubblico.

Come avevamo già raccontato, il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva disposto l’invio di ispettori al Tribunale di Torino, pur ribadendo il principio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura.

Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni era intervenuta, chiedendo chi avrebbe potuto spiegare alla famiglia della tredicenne e agli abitanti del quartiere la liberazione dell’uomo.

La nuova decisione del Riesame ha suscitato ulteriori reazioni.

Roberto Ravello, vice capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio regionale del Piemonte, ha commentato:

«Finalmente. Il 42enne bengalese accusato della violenza sessuale su una ragazzina di appena tredici anni va in carcere».

Ravello ha definito il provvedimento «una risposta che Torino attendeva».

Anche la senatrice di Fratelli d’Italia Paola Ambrogio ha accolto la decisione, definendola «un passo importante verso la giustizia» e collegandola alla necessità di ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Particolarmente significativa è la riflessione di Roberto Mirabile, presidente dell’associazione nazionale anti-pedofilia La Caramella Buona.

Mirabile ha espresso preoccupazione per le differenti valutazioni dei giudici sul medesimo caso, lanciando un avvertimento:

«Dobbiamo mantenere alta l’attenzione, questi casi si possono ripetere e rappresentano un pericolo per i bambini».

LA QUESTIONE CHE RESTA APERTA: COME PROTEGGERE I MINORI?

Il ritorno in carcere dell’indagato rappresenta un cambiamento concreto rispetto alla situazione raccontata due settimane fa.

La Procura ha contestato la prima valutazione cautelare e il Riesame ha accolto la sua richiesta.

Resta però una questione che riguarda ogni genitore: come garantire una protezione adeguata ai minori quando emergono accuse di violenza sessuale?

La presunzione di innocenza rimane un principio irrinunciabile. Allo stesso tempo, le misure cautelari servono anche a prevenire rischi concreti durante le indagini, quando ne ricorrono i presupposti previsti dalla legge.

Il caso torinese mostra quanto sia importante che questi rischi vengano esaminati con rigore, soprattutto quando le persone potenzialmente esposte sono bambini e adolescenti.

La tutela dei più piccoli non può dipendere dall’indignazione del momento. Richiede istituzioni attente, decisioni motivate e una valutazione rigorosa dei pericoli concreti. Una società che riconosce la dignità di ogni persona deve garantire tanto il rispetto delle garanzie processuali quanto la protezione di chi è più vulnerabile.

 

Dona