Prima si aprono le porte, poi si ha paura: da Berlino al Beccaria
«Non possono neanche tenere la mano». Così, in un video, Abdullah Tchina, imam del Centro Culturale Islamico di Sesto San Giovanni, detta le regole del fidanzamento islamico: fino alle nozze i promessi sposi restano estranei, guai perfino a sedersi vicini. Come rivela il Giornale il 28 ottobre, è lo stesso imam scelto per l’assistenza spirituale dei giovani detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano. Un caso isolato? Negli stessi giorni, da Berlino, arriva la risposta: si comincia aprendo le porte, si finisce per avere paura.
LO STATO TACE, L’IMAM INSEGNA
Il 7 luglio 2025 è stato firmato un protocollo biennale per l’assistenza spirituale islamica al Beccaria: incontri individuali, momenti di preghiera, insegnamento religioso. Salvo modifiche o revoche, resta valido fino al luglio 2027.
Che cosa insegni quell’imam, lo dice lui stesso. Il fidanzamento passa per le famiglie, con una promessa di nozze da mantenere di norma entro un anno; il Giornale vi riconosce lo schema dei matrimoni combinati o concordati. E pone due domande ancora aperte: quali contenuti passano negli incontri? Con quali controlli?
Qui sta il nodo. Uno Stato che si dichiara neutrale non ha una parola da dire a quei ragazzi sull’amore, sulla famiglia, sul senso della vita. Ma dove lo Stato tace, parla chi una dottrina ce l’ha. Non per caso: per delega, con tanto di firma e di scadenza.
Eppure, la tradizione cristiana dell’Italia quella parola ce l’ha. Per la Chiesa il matrimonio nasce dal libero consenso di due persone, e il fidanzamento è un tempo per conoscersi nel rispetto e nella purezza, non un accordo fra famiglie tra due estranei.
PRESEPI NASCOSTI, MOSCHEE APERTE
Tchina non è nuovo alle polemiche. Il 21 maggio 2025 Libero raccontava di alcune classi elementari e medie delle scuole Luini e Frank di Sesto portate nella sua moschea per una lezione di mezz’ora, in parte visibile sul profilo TikTok dell’imam.
Davanti ai bambini, Tchina citava il versetto «uccideteli dovunque li troverete», per poi spiegare che, secondo i dottori della Legge, si può combattere solo per difendersi. Una donna musulmana presentava agli alunni il velo come un ordine di Dio.
Le maestre parlavano di un progetto avviato da anni per far conoscere le grandi religioni monoteiste. Così dicono. In una nota congiunta, l’europarlamentare leghista Silvia Sardone e il sindaco di Sesto, Roberto Di Stefano, ricordavano che per anni sinistra e stampa progressista hanno voluto una scuola laica, pronta a «nascondere presepi, alberi di Natale o i canti natalizi per non urtare» chi ha un’altra fede.
Ecco la contraddizione. «Laica» è diventata una parola a fisarmonica: si stringe davanti a Gesù Bambino, si allarga davanti all’imam. Basta chiedere, ogni volta, “laica rispetto a che cosa?”, e il trucco si vede.
E c’è un dovere che viene prima di ogni confronto tra religioni: custodire la fede dei più piccoli, che non hanno ancora gli strumenti per difendersi da ciò che ascoltano.

BERLINO, DOVE FINISCE LA STRADA
Come racconta La Nuova Bussola Quotidiana, Elif Eralp, candidata della Linke risultata prima alle elezioni di settembre con il 25,7%, ha rispedito per errore al Der Spiegel la revisione di un’intervista, con le note riservate al suo staff.
Vi chiedeva di cancellare domanda e risposta su Ibrahim Ibrahim, presente alla festa elettorale del partito, per non mettere in pericolo sé e la famiglia. E annotava: «Io e mio marito abbiamo paura di questa gente».
Secondo la Bussola, Ibrahim è associato all’ambiente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che l’Unione europea elenca tra le organizzazioni terroristiche. E ha celebrato come martire ed eroe Yahya Sinwar, già capo di Hamas e ritenuto il regista del massacro del 7 ottobre.
Appena un mese prima, ricorda la Bussola, il Guardian aveva salutato la vittoria di Eralp come una conquista di libertà, mentre le accuse di contiguità con ambienti pericolosi per gli ebrei berlinesi venivano liquidate come una campagna della destra. Chi avvertiva era un esagerato. Oggi a dargli ragione è la candidata stessa.
LA PAURA CHE SI FA CHIAMARE PRUDENZA
Nessuno irride chi teme per la propria famiglia. Ma la Bussola pone la domanda politica: chi ha paura di pronunciare un nome può garantire la sicurezza dei cittadini, a cominciare dagli ebrei? Eralp ha spiegato che le autorità le avrebbero consigliato di non concentrare accuse pubbliche su singole persone. La chiamano prudenza.
È un percorso che si ripete. Prima si accoglie con simpatia, e chi mette in guardia passa per allarmista. Poi si tace per paura, e il silenzio prende il nome di saggezza. Già nel 1947 Pio XII ammoniva che non c’è consigliera peggiore della paura: acceca, e allontana dalla verità.
E il conto arriva presto. Per avviare i negoziati di un governo con Spd e Verdi, riferisce la Bussola, è servita un’intesa specifica su antisemitismo e criminalità organizzata: riconoscimento del diritto di Israele a esistere e un collegio di tre esperti per valutare i casi interni, con possibili conseguenze fino all’espulsione dal gruppo parlamentare. Quando bisogna firmare impegni contro l’antisemitismo prima ancora di governare, è la politica stessa ad ammettere che il pericolo esiste.
MILANO È ANCORA IN TEMPO
Berlino è già alla paura. Milano è ancora alla simpatia: la gita in moschea, il progetto sulle religioni, il protocollo firmato. Ma il protocollo del Beccaria vale fino al luglio 2027, e le domande del Giornale su contenuti e controlli restano sul tavolo.
In gioco ci sono ragazzi che lo Stato tiene in custodia e bambini che le famiglie affidano ogni mattina alla scuola. Cioè il futuro cristiano di un Paese a cui, intanto, si chiede di nascondere il proprio presepe.
Ci dicevano che la scuola doveva essere «laica». Lo è diventata solo per Gesù Bambino. Chi oggi tace per simpatia, domani tacerà per paura, come a Berlino. Riportare il presepe in classe e chiedere conto di chi educa i nostri ragazzi non è una provocazione: è l’unico modo per non dover temere, un giorno, di pronunciare un nome.
